34° Torino Film Festival: grande seguito per “I figli della notte” di Andrea De Sica, mentre spiccano tra i favoriti “Porto” e “Christine”

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Dopo aver incassato una buona affluenza già al primo weekend, registrando un incremento del 4% rispetto alla passata edizione e vantando una scuderia di ospiti d’eccezione (da Gabriele Salvatores alla madrina ufficiale Jasmine Trinca), prosegue il Torino Film Festival, giunto oggi alla settima giornata di proiezioni. Molte le sorprese nel corso della kermesse. A cominciare dal Premio Cabiria conferito ad Alba Rohrwacher che, giusto il mese scorso durante l’XI Festa del Cinema di Roma, è stata riconosciuta da Meryl Streep come sua potenziale erede. Non a caso il riconoscimento, istituito dal Museo Nazionale del Cinema di Torino nel 2015, tende a decorare coloro i quali si sono particolarmente distinti, nel panorama del cinema italiano, per la loro alba-rohwacherattività nel corso dell’ultimo anno. «Questo premio è un riconoscimento delle scelte dei personaggi che ho interpretato», ha commentato l’interprete. «Ho letto la motivazione del premio e mi sono emozionata». Quest’ultima di fatto recita: «Ad ogni film e ad ogni nuovo personaggio cui dà vita, Alba si dedica con l’identica generosità che la contraddistingue: che si tratti di imparare in pochi mesi l’albanese (come in Vergine giurata di Laura Bispuri) o di calarsi nei panni di una madre ossessionata dalla salute del proprio figlio (in Hungry Hearts di Saverio Costanzo). L’umiltà con la quale si presenta convive con il suo spirito ribelle, ed è la misura della sua non comune sensibilità e naturalezza». A far parlare maggiormente di sé è però Andrea De Sica, il cui thriller d’esordio I figli della notte ha fatto ieri il suo debutto, imponendosi ufficialmente come unico film italiano in concorso. La pellicola racconta la vita tortuosa di un giovane nababbo, catapultato in un istituito esclusivo del Trentino-Alto Adige. «Ho provato a raccontare un universo giovanile che, almeno in Italia, mi sembrava poco esplorato», ha commentato l’autore. «Volevo descrivere un disagio, che pur non essendo causato dall’emarginazione sociale, è ugualmente forte e radicato. Nella mia storia ci sono ragazzi normali, potenzialmente pericolosi, che domani potrebbero essere a capo della società». Figlio del compositore Manuel De Sica, scomparso due anni fa, e della produttrice Tilde Corsi, l’esordiente classe 1981 inscena un dramma dai risvolti grotteschi, le cui spettrali atmosfere rendono parzialmente omaggio a David Lynch e al nonno Vittorio: «Mio nonno diceva di aver girato I bambini ci guardano a “misura di bambino”», prosegue Andrea. «Ne I figli della notte c’è un ragazzo che prova a sopravvivere alle decisioni della madre. Lui e gli altri devono scegliere se vivere o morire. Il mondo degli adolescenti è vitale e fragile, sentimenti innocui e aggressivi convivono senza distinzioni. È un’età indefinita, dove tutto è ancora possibile, ma che può essere segnata da eventi che trasformano i destini». Frutto di quattro anni di impegno nella sceneggiatura e nella ricerca di fondi, quella che ai tempi, quando era solo su carta, il padre Manuel definì “uno strano oggetto” è una storia di formazione, se non di deformazione, sul senso d’abbandono proprio della pubertà, «un momento in cui non abbiamo una forma decisa e in cui possiamo compiere scelte che marchiano la nostra vita in modo indelebile». Già dalla prima proiezione, in un’affollatissima sala stampa, la pellicola ha destato grande fascinazione da parte dei giornalisti presenti, per poi consolidare il proprio valore ieri alla presenza del pubblico. Staremo a vedere se il verdetto che rilascerà la giuria questo sabato sarà dello stesso avviso. Tra le altre opere prime ad avere finora convinto troviamo La mécanique de l’ombre di Thomas Kruithof, modesto spy story dai toni noir, Lady MacBeth portodi William Oldroyd, ispirato alla “dark lady” del distretto di Mcensk di Nicolaj Leskov, e soprattutto Porto del giovane regista brasiliano Gabe Klinger. Quest’ultimo vede peraltro l’ultima interpretazione di Anton Yelchin, venuto a mancare lo scorso giugno a seguito di un tragico incidente stradale. Alcune considerazioni infine su Christine, terza fatica del cineasta newyorkese Antonio Campos, che ripercorre le vicissitudini della giornalista 29enne Christine Chubbuck, morta suicida in diretta nel tg locale di Sarasota nel 1974. Vicenda che fu fonte di ispirazione per Sidney Lumet nel suo Quinto Potere (1975) e che, adesso, diventa un biopic duro e intenso: da un iracondo predicatore anti-sistema a una cronista in balia di una depressione irrimediabile. Due personaggi accomunati dall’incapacità di rapportarsi con la trasfigurazione sensazionalistica del medium di massa. Quello di Christine però è un dolore intimo e solitario, tremendamente soppiantato dal triste sciacallaggio della diretta. Un’estenuante cronaca di solitudine.

di Francesco Milo Cordeschi

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