Jackie Chan, Oscar alla carriera 2017: regie e performance che hanno cambiato il kung fu movie

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Un American Choreography Award, un World Stunt Award, una stella nell’Hollywood Walk of Fame e cinquantasei anni di attività cinematografica per una media di oltre duecento film girati, tra Oriente e Occidente, molti dei quali anche da regista e sceneggiatore: questi sono i numeri di Jackie Chan, nome jackie-chan2d’arte di Chan Kong-Sang, conosciuto in Cina come Chéng Lòng. Un interprete, autore, artista marziale, stuntman, comico, imprenditore, doppiatore e cantante: è su di lui che lo scorso sabato, in occasione dell’ottantesima edizione dei Governor’s Awards, è virata la scelta del comitato speciale per il Premio Oscar onorario. A presentarlo dal palco Tom Hanks, che non ha esitato ad omaggiarne la folgorante carriera col neologismo “Chan-tastic”. Alla presenza di colleghi, collaboratori e amici, tra cui Chris Tucker, Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, i quali non hanno tardato ad esibire il loro entusiasmo, Chan ha ringraziato commosso il pubblico ricordando con ironia le volte in cui, guardando in tv la cerimonia degli Oscar in compagnia del padre, quest’ultimo gli chiedeva come mai non ne avesse ancora vinto uno nonostante la mole di pellicole fatte. Un disincanto che si è poi accentuato il giorno in cui l’attore, entrato nella dimora di Stallone, vide per la prima volta in una bacheca la tanto agognata statuetta. Da quell’istante Jackie non ha più smesso di sognare e, giunto ai suoi sessantadue anni, è finalmente stato insignito del prestigioso riconoscimento, il primo della storia dedicato ad un cinese. Un record rivendicato da lui stesso nel discorso che ha seguito la premiazione. Tra i meriti principali troviamo quello di aver combinato, in una resa tanto spettacolare quanto inedita nel panorama del kung fu movie internazionale, le arti marziali cinesi con la mimica jackie-chan-e-bruce-leedel cinema muto anni ’20, fregiandosi dei grandi lasciti del passato (Chaplin, i primi Fratelli Marx e soprattutto i corti comici della Mingxing). A ciò si aggiunge anche il contributo d’eccezione di Bud Spencer e Terence Hill, le cui scazzottate sono state altre grandi fonti di ispirazione per Chan, che negli anni ’90 venne addirittura tentato dalle maggiori produzioni europee per partecipare ad alcuni spaghetti-western con Franco Nero. Progetti questi ultimi che non andarono mai in porto a causa dell’oramai decennale inattività del cinema italiano in materia western (salvo casi isolati, come il fallimentare Il mio West di Veronesi) e, soprattutto, dell’adesione totale all’industry statunitense da parte del divo asiatico. Comicità e lotta, Buster Keaton che incontra Bruce Lee: questo il mix che rende Chan un artista unico nel suo genere. Un combattente “galantuomo” che non ha mai ceduto al fascino della violenza gratuita: degna di nota la rinuncia a un ruolo in Arma letale IV, che lo avrebbe finalmente visto nei panni di un antagonista irruento, rovinandone però l’immagine bonaria costruitasi nel tempo (eccezion fatta per La vendetta del dragone di Tung-Shing Yee, film del 2008, tra i pochi lungometraggi che lo vedono in un ruolo drammatico). Un uomo che, forte di una poliedricità che dal kung fu sconfinava nel ballo e nel canto, ha rivoluzionato il modo di fare spettacolo ad Hong Kong, accaparrandosi fin dagli anni ’70 l’attenzione dei fratelli Shaw, produttori che già ai tempi vantavano in filmografia molte delle più grandi pellicole di Bruce Lee, e giungendo così nel 1979 a co-dirigere Jackie Chan: la mano che uccide. Il vero exploitjackie-chan-police-story arriverà però nel 1985 con Police Story, film che potremmo idealmente definire il suo vero esordio, sia perché costituirà un autentico battesimo del fuoco, che lo vedrà impegnato nel duplice ruolo di autore e interprete, sia perché rimodulerà il genere che lo aveva “adottato”. L’opera è di fatto una dichiarazione di intenti in piena regola: esplosioni spropositate, macchine che si infrangono senza remora lungo distese di baracche, motociclette che saltano sopra il vagone di un treno in corsa, comparse che si fiondano dalla cima di un grattacielo e pestaggi chiassosi ai limiti dell’inverosimile. Il tutto con un’innovazione: la relazione che il protagonista, e la sua fisicità, instaura col mondo circostante. Svuotare un oggetto della sua funzione convenzionale per adattarlo alla messa in scena. Una pratica che deve molto alla slapstick comedy di Charlot e Stanlio e Ollio. Da qui si spiega la quantità di ossa frantumate a colpi di sportelli, vetri, tavolini e sedie che hanno denotato le lotte multiple uno contro sette, fino a quel momento mai sperimentate. Che Jackie Chan fosse un artista a tutto tondo, oltre che un performer di straordinaria levatura, era noto ancor prima del premio alla carriera testé conferitogli. Un uomo di cinema dalle sorprendenti ed eclettiche abilità, che ha portato l’action movie, occidentale e orientale, ad un livello di spettacolarizzazione visiva senza pari.

di Francesco Milo Cordeschi

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