XI Festa del Cinema di Roma: il lavoro al centro di tutto

, Fatti di cinema

«Il tema del lavoro è al centro. Cosa significa perderlo, doverselo conquistare, perderci la vita». Con queste parole il direttore artistico dell’XI edizione della Festa del Cinema di Roma, Antonio Monda, ha riassunto il leitmotiv che accomuna buona parte dei film scelti dal Comitato di Selezione di quest’anno, nuovamente coordinato dal critico Mario Sesti. Non c’è da stupirsi se dopo  Sole cuore e amore di Daniele Vicari, che rapporta, talvolta specularmente, due diverse storie di emancipazione femminile, sono seguite altre importanti pellicole incentrate, non tanto sul lavoro, quanto sul solecuore-e-amore2ruolo che esso ha assunto nell’odierno quadro neoliberista, un disegno che trova qui in Italia come apice periodizzante l’attuale Job Act. Manovre che rimodulano il lavoro e, con esso, lo stesso individuo-lavoratore: se decenni or sono le principali battaglie sindacali ponevano l’attenzione sul carovita, sull’abbassamento dei salari e sulla pensione di reversibilità, oggi si combatte semplicemente per il lavoro, o meglio per la dignità del lavoro. Uno sradicamento che non appaga più il singolo nei suoi meriti, ma nelle sue disposizioni: a dispetto di qualsivoglia competenza a cui si possa rispondere, non vi è più alcuna distinzione tra ciò per cui si è portati e ciò che, invece, bisogna necessariamente prostrarsi a fare. Giusto un anno fa, il volto rigato di lacrime di una bravissima Paola Cortellesi, in Gli ultimi saranno ultimi (2015) di Massimiliano Bruno, giganteggiava nelle sale cinematografiche italiane, facendo rimbombare quello straziante urlo finale di disperazione. Un urlo che continua imperterrito a dar voce alle numerose, e spesso invisibili, storie di pudore e riscatto sociale: «Rivoglio la vita mia», implorava, «rivoglio lo stipendio basso di una volta. Sto mettendo al mondo una creatura e voglio essere premiata per questo, non punita!». Giusto lo scorso aprile, nel corso dell’International Journalism Festival tenutosi a Perugia, Enrico Mentana, replicando agli appunti di una studentessa ventitreenne indignata, seduta tra il pubblico, biasimò la “supina rassegnazione” dei giovani con le parole che seguono: «A suo giudizio le contestazioni non servono? E questo chi l’ha stabilito? Sappia, signorina, che molti di noi, ai tempi, il posto di lavoro lo hanno trovato e, soprattutto, preservato così! Chi rischia il licenziamento fa le manifestazioni e, grazie a queste, spesso mantiene il posto, lo stesso posto che non avrete voi! C’è stato un uomo, di cui non conosciamo ancora il nome, che in piazza Tienanmen fermò dei carri armati, e nonostante voi abbiate il mondo in mano non fate nulla per cambiare le cose!». Ad aggravare tale scenario, sospeso tra il torto e l’indifferenza collettiva, si somma anche un altro cancro, fonte di svariate problematiche: la sempre più elevata disuguaglianza sociale, prole di una notevole disparità di classe. Questioni per l’immaginario comune ancestrali, apparentemente obsolete, ma che ricalcano la longevità di un sistema che, a dispetto delle innovazioni tecnologiche, è destinato a collassare. Lo abbiamo visto in 7:19 del messicano Jorge Michael Grau, anche lui in concorso nella Selezione Ufficiale di Roma, dove un terribile sisma, ispirato a quello reale avvenuto a Città del Messico il 29 settembre 1985, costringe al confronto due personaggi, due realtà discordanti, due diverse estrazioni sociali: da un lato, un imprenditore senza scrupoli implicato nel malaffare che, fregandosene dell’incolumità dei propri dipendenti, accetta un budget risicato pur di avviare la costruzione di edifici scadenti; dall’altro, un umile guardiano notturno succube e al contempo artefice di una catena gerarchica, che lo indurrà a confrontarsi coi suoi stessi “fantasmi”. Due persone che solo attraverso la tragedia ritrovano la loro naturale condizione di uomini sulla Terra, il che spesso non basta per sventare gli effetti di quanto si è seminato. «Ora capisce cosa significa sentirsi tremendamente in colpa?» chiede l’alto funzionario Fernando al guardiano Martin, entrambi intrappolati nelle macerie dell’edificio crollato. Mercoledì è invece stato il turno di Maria per Roma, unica opera prima italiana che concorre al Premio del Pubblico BNL nella sezione “le voci di domani”. Un film indipendente che, in perfetta sintonia con lo spirito finora respirato, torna a trattare il tema del lavoro o, più nello specifico, la dialettica sussistente tra “vivere per lavorare o lavorare per vivere”. «L’idea del film ha una base autobiografica. Per un periodo della mia vita ho fatto la key-holder», confessa la debuttante Karen Di Porto, qui in veste anche di attrice protagonista. «Era una vita bizzarra, delirante, e proprio alla fine di una giornata terrificante come quella del personaggio, ho capito che c’erano gli elementi per una storia che poteva contenere anche altro e che raccontava di 7minutiuna continua frammentazione dovuta alla natura stessa del lavoro». Quello che da molti è stato applaudito, con tutte le dovute riserve (a mio avviso), come il Lo chiamavano Jeeg Robot di questa edizione, data la natura propulsiva del prodotto, è una commedia agrodolce incentrata sulla frenetica quotidianità di Maria, aspirante attrice, divisa tra i suoi sogni e la dura realtà di un lavoro frustrante, che la obbliga a peregrinare per mezza Roma. Pur possedendo le “chiavi” della Città Eterna, non riesce pienamente a farne parte, rimanendo nella penombra e limitandosi ad osservarne, da spettatrice inerte, le meraviglie che le si palesano. Quelle meraviglie divenute quasi intangibili, utopiche, figlie di un triste disincanto. «Sono molto contenta dell’aspetto di Roma nel film per la combinazione di freddezza e calore che trasmette. La sua è una bellezza quasi di ristoro nelle difficoltà che affronta. L’ho messa sullo sfondo volutamente, come se fosse di passaggio». Un’impotenza emotiva, cui segue un ineludibile senso di inadeguatezza, che ricalca a fondo la passività di un errante Jep Gambardella. Il tutto senza nulla togliere agli incredibili sprazzi di umanità esibiti dal cagnolino Bea, compagno di disavventure di Maria, da cui la protagonista trae conforto. Finezza, questa, su cui Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica è stato a suo modo profetico, se non del tutto esemplare. Insomma, un degno preludio dell’atteso 7 minuti di Michele Placido, che sarà proiettato alle ore 9 presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium (solo per gli accrediti), alle 19.30 (aperto anche al pubblico) e per finire alle 20 presso il Mazda Cinema Hall. I proprietari di un’azienda tessile italiana stanno per cedere l’attività a una multinazionale. Pur non essendo previsti dei licenziamenti, operaie e impiegate dovranno ben presto fare i conti con una piccola clausola dell’accordo, che la nuova proprietà vuole far firmare al Consiglio di Fabbrica. Uno spartiacque destinato sempre più a sfociare in un vero e autentico dibattito. «L’operaio si abitua» così esordiva Giuliano Zincone, il 15 luglio 1973, in un celebre articolo del Corriere della Sera. E proseguiva: «Siamo nel caldo tremendo e nell’umidità asfissiante di un’industria tessile, siamo a Porto Margherita, tra i quarantamila condannati alla maschera antigas. Siamo in giro per l’Italia, a imparare quanta violenza, quante parole sconosciute si nascondono nella busta paga dei lavoratori. “L’operaio si abitua” dicono gli uffici stampa. Se fosse vero, sarebbe un rischio in più».

di Francesco Milo Cordeschi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.