«Ridurre la distanza tra creativi e produzioni era il passo da fare.» Intervista a Lorenzo Lodovichi, vincitore del Pitch in the Day 2016

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Filmmaker, laureato in Giurisprudenza, ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia di Torino e, da tre anni, insegnante di illustrazione presso lo IED di Milano, Lorenzo Lodovichi è il vincitore della prima edizione del Pitch in the Day. Domenica, in occasione de14445741_10154356392124504_191646269_nlla serata conclusiva del Roma Creative Contest, la giuria del magazine Opere Prime gli ha consegnato il premio Miglior Soggetto Finalista per I Ragazzi Selvaggi.

A pochi giorni da questo successo, quali sono i tuoi pensieri e che aspettative hai?

Sono felice di questo riconoscimento. Ogni conferma è importante, aiuta a trattenere il fiato durante le lunghe attese. La conferma può arrivare sotto forma di complimenti da parte di un professionista del settore o di un amico che stimi, non è necessario vincere un premio. Ma un premio può darti visibilità. Inoltre, è un momento di verità, piccola o grande che sia. La competizione è utile a tirar fuori l’essenziale, è un incentivo. Sono stato fortunato ad aver incontrato persone ricettive al tipo di argomento di cui tratta I Ragazzi Selvaggi. Ma credo anche che il soggetto vada ad intercettare una questione molto attuale, qualcosa che è già presente nei discorsi di tutti i giorni. Tutti ci confrontiamo con il grande tema del cambiamento e del tempo, questo campo da gioco sterminato. Esistono infiniti modi di trattarlo. Vecchiaia e giovinezza sono due poli, il capo e la coda di questa cosa chiamata vita. Chi sono i vecchi, chi sono i giovani, e cosa vogliono questi due attori esattamente? È nell’attesa del cambiamento inevitabile che si colloca il cuore della vicenda de I Ragazzi Selvaggi. La mia aspettativa è semplice: vorrei fare questo film.

Cosa ti porti a casa da quest’esperienza?

L’esperienza dei pitch. Ventuno pitch per ventuno produzioni. Mi spiego, ripetere ventuno volte la stessa storia non è possibile. La versione stabilita finisce per mutare, modellandosi sulle domande e le reazioni degli interlocutori. Il poco tempo può infastidire, certo, e avere accanto altre venti persone che stanno facendo la stessa cosa non aiuta. Inevitabilmente ometti molte cose, e puoi perdere la sfida con l’ascoltatore anche su una singola parola sbagliata. Ma il punto è quello, devi omettere. È la tua prima chance per togliere il superfluo, per dissodare il materiale. Si è rivelato anche un esercizio fisico, ad essere sinceri. Alla fine delle due ore eravamo stremati. Ma nessuno era triste o scontento. È stato un momento di grande tensione vitale, e il ricordo di questa rimarrà.

Quali sono i riferimenti a cui ti sei ispirato nella scrittura de I ragazzi selvaggi?

I riferimenti sono estremamente variegati. Film, libri, fumetti. A livello cinematografico il riferimento più recente è The Lobster di Yorgos Lanthimos. Anche Hlodovichi-evidenza_opereprimeer di Spike Jonze è un possibile riferimento, sia per genere sia per ambizioni. Monsters di Gareth Edwards, anche, mi ha colpito per le atmosfere e per la scelta minimale riguardante gli effetti. Più indietro nel tempo, posso citare La Decima Vittima di Elio Petri, prodotto nostrano e tipico della fantascienza sociologica anni sessanta. Minori sono le affinità con la fantascienza psicologica o filosofica, alla Tarkovsky per intenderci, e ovviamente con la fantascienza d’azione di stampo americano. Nei fumetti, le storie e le atmosfere di Bilal, di De Crecy, anche la fantascienza classica de L’Eternauta di Oesterheld. A livello letterario, chiaramente Orwell, Bradbury, Matheson, Dick, in misura minore Herbert e Ballard. E poi, La Pelle di Malaparte, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Via Col Vento di Margaret Mitchell: tutti questi testi parlano del cambiamento. Il cambiamento spazza le vite degli amanti e le civiltà, richiede il concetto di morte e alla morte si arriva attraverso il conflitto. Non esiste persona o cultura, per quanto vecchia e prostrata, che si arrenda senza combattere. In ballo c’è la vita, che è tutto quello che abbiamo. L’idea in sé, tuttavia, nasce da una semplice frase pronunciata da un’elegante signora, in una sera d’estate di due anni fa. Guardando un gruppo di adolescenti, la signora mi fece: «I ragazzi sono dei selvaggi». Questa frase, di per sé un cliché, oltre a farmi sentire vecchio, mi fece capire molte cose. Mi suggerì i sentimenti complessi che l’anziano prova nei confronti del giovane. Diffidenza, paura, nostalgia, invidia, adorazione. Da questa frase nasce I Ragazzi Selvaggi.

Nel corso del Pitch, e anche dopo, ti sono stati dati dei consigli che reputi preziosi per la storia, per fini sia narrativo-stilistici sia produttivo-distributivi?

Ho ricevuto un paio di consigli molto interessanti. Riguardavano il personaggio, il suo arco narrativo e le sue motivazioni.

Qualche produttore si è detto interessato al progetto, ti ha dato input interessanti?

Più di uno, fortunatamente.

Presentandosi il tuo progetto delicato e assai ambizioso, soprattutto in Italia (e per genere e per sinossi), come pensi di muoverti?

Non so ancora. Al momento sono su altro. Lascerò passare qualche giorno, in attesa di eventuali risposte dalle produzioni. Ho cominciato a buttare giù l’idea un anno e mezzo fa, in forma di racconto, ma l’ho trasformata in soggetto solo nelle due settimane precedenti la deadline del concorso. Quindi, per prima cosa farò leggere il soggetto ad alcuni amici e conoscenti, lascerò decantare l’idea e la rileggerò a mente fredda. Sinceramente non credo sia un film troppo ambizioso, non produttivamente. La storia vuole essere innovativa nel concetto portante, ma non nella struttura. Ha pochissime esigenze in termini di effetti speciali. In fin dei conti, è una semplice storia d’amore, una storia d’amore (infelice) come tante. È pur vero che in Italia non produciamo quasi mai fantascienza, ma il recente successo di Lo chiamavano Jeeg Robot può avere aperto una porta verso scenari più ampi. Qualche anno fa un’idea del genere non sarebbe stata proponibile, ma oggi possiamo tornare a discuterne. Almeno lo spero.

Prima che tu arrivi ad avere un copione, c’è qualcosa del soggetto su cui continuerai a lavorare?

Sul soggetto continuerò a lavorare. Per arrivare alla sceneggiatura voglio prima capire che cosa potrà succedere nei prossimi mes14372131_1760846584183125_2263303334622344724_oi, anche perché non voglio scriverla tutta da solo.

Come giudichi complessivamente l’iniziativa del Pitch in the Day? La reputi una valida opportunità per i giovani autori emergenti?

Assolutamente sì. Come ho già detto, il Pitch aiuta a dissodare la storia, indipendentemente dal fatto che si vinca o meno un premio. È quindi una grande possibilità per vedere cosa funziona e cosa no. E ovviamente, poter presentare un’idea direttamente alle produzioni è una scelta vincente, che può liberare grandi energie. In Italia abbiamo una pericolosa tendenza ad aumentare i livelli di filtro. Secondo un concetto, molto nostro, di condivisione, tendiamo a pensare che, moltiplicando a dismisura i livelli di verifica e il numero di teste applicate, il materiale automaticamente si depuri dalle scorie e si migliori per puro procedimento meccanico. Spesso il risultato è un soggetto leggermente più comprensibile, ma implicitamente più oscuro e più debole di quello di partenza. Ridurre la distanza tra creativi e produzioni era il passo da fare, quello che tutti volevamo accadesse.

Pensi ci siano abbastanza spazio e occasioni per chi vuole raccontare una storia?

Spazi e occasioni ci sono sempre. Ma io non sono un esperto, cerco solo situazioni che mi ispirino. Ho saputo del vostro concorso a fine luglio, per puro caso. Me lo ha suggerito un amico sceneggiatore, che ringrazio.

di Francesco Milo Cordeschi e Camilla Di Spirito

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