AMORE TOSSICO di Claudio Caligari (1983)

, Grandi Esordi

amore-tossico_1_opereprimeAmore tossico racconta di un gruppo di ragazzi della Roma degli anni ’80: tossicodipendenti, vagano ogni giorno tra Ostia e Centocelle in cerca di furtarelli facili o scappatoie per potersi procurare la loro dose quotidiana di eroina. 

La routine di Cesare, Michela, Ciopper, Loredana e gli altri è ripetitiva e non sembra dare loro alcuna speranza di cambiamento: la volontà di disintossicarsi, aprirsi a una nuova vita che ridia loro la speranza di stupirsi, svanisce ogniqualvolta si ritrovano per le mani mezzo grammo di droga.

L’amore tossico in cui, anni prima, – un po’ per ribellione, un po’ per provare qualcosa di nuovo – sono incappati li ha, ormai, irrimediabilmente risucchiati e portati allo sbando. Persi, qualcuno si trova ricoverato in ospedale, chi a chiedere metadone per sopportare l’astinenza e chi in carcere, qualcun altro ancora a prostituirsi. 

È un ritratto pasolinianamente realistico quello che viene presentato da un esordiente Claudio Caligari, che utilizza per tutta la durata del film un dialetto molto verace e sceglie come interpreti tossicodipendenti presi dalla strada. Scelta, quest’ultima, che non ha semplificato la realizzazione, considerando che le riprese sono state interrotte o rallentate dalle crisi di astinenza degli attori stessi. amore-tossico_2_opereprime

Il risultato, in ogni caso, è una rappresentazione quasi documentaristica di una realtà che ha caratterizzato alcune generazioni dell’Italia anni ’80, realtà ben metaforizzata dalla scena iniziale in cui, sullo sfondo di un’alba grigia, i protagonisti passeggiano in silenzio, sulla spiaggia, con lo sguardo perso nel vuoto.

La coerenza tra i colori piatti e spenti e le voci degli interpreti – che, complice la loro esperienza, hanno reso con disincanto e semplicità la situazione – viene turbata solo dalla colonna sonora, piuttosto pesante e ansiogena

Nel complesso, l’opera prima di Caligari è un prodotto ancora un po’ acerbo, almeno nelle riprese e nelle inquadrature, ma che mostra già chiaramente il talento di un regista capace di raccontare, con la profondità di pochi, recessi, sfaccettature e debolezze dell’umana natura.

di Cristina Morra

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