Tanti auguri Kevin Spacey: vent’anni dall’esordio alla regia con “Insoliti criminali”

, Fatti di cinema

«È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppo. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare, e poi mi ricordo di rilassarmi». Erano queste le parole che il protagonista di American Beauty (1999), fortunato debutto del britannico Sam Mendes, sibilava a sé stesso nell’indimenticabile monologo finale. Kevin-Spacey-1A dar anima al tutto un interprete che di certo non ha bisogno di presentazioni: Kevin Spacey Fowler nasceva nel South Orange il 29 luglio 1959 e, con oggi, sono ben cinquantasette le candeline che questo due volte premio Oscar (senza contare gli exploit a Golden Globe, BAFTA e Screen Actors Guild) si appresta a spegnere. Emblematiche le parole spese da Mendes dopo che il suo film gli fruttò, da esordiente, la bellezza di cinque statuette all’Academy e un risonante successo planetario: «La concentrazione di Kevin è simile a un raggio laser. Lui è come Al Pacino: puoi star certo che da un momento all’altro può farti venire la pelle d’oca». Parole mai smentite negli anni. L’interpretazione di Frank Underwood, nella serie televisiva targata BBC House of Cards, è destinata oramai ad entrare nella memoria pubblica. Con essa Kevin ha dimostrato in maniera incontrovertibile di essere uno degli attori statunitense più versatili, e tanto più prolifici, degli ultimi vent’anni. Nel corso della sua carriera sono ben pochi gli scivoloni da annoverarsi. Dalla consacrazione con I soliti sospetti (1995), di Bryan Singer, fino ad arrivare all’acclamato serial sugli intrighi politici interni al Campidoglio, la strada ha sempre più teso in salita (ad arricchire il “Palmarès” troviamo non a caso il Golden Globe 2013 come miglior attore in una serie drammatica). Kevin spacey_1_opereprimeA questo punto sorge spontaneo un interrogativo: senza voler ragionevolmente dubitare del suo prestigio, che senso ha serbare un “Fatto di Cinema” a questo straordinario interprete? Pochi sanno che Spacey spesso non si è accontentato semplicemente di recitare. Sono ben due di fatto le occasioni in cui è passato dietro la macchina da presa: nel 2004 con Beyond the Sea, biopic dedicato al cantante folk Bobby Darin, e prima ancora nel 1996 con Insoliti criminali, modesta opera prima che passò sfortunatamente inosservata. Oggi, in occasione del suo compleanno, ricordiamo il ventennale di un esordio che, nonostante i riscontri, conferì un’importante dignità registica all’attore feticcio di Hollywood. Protagonisti principali della vicenda sono degli scapestrati criminali di mezza tacca, dai tratti molto analoghi ai maldestri rapinatori di Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet e, per rimanere in tema, ai personaggi dell’anzidetto I soliti sospetti. New Orleans. A seguito di uno sciagurato tentativo di rapina andato in fumo, tre fratelli saranno costretti a nascondersi in un bar e a prendere in ostaggio gli sfortunati clienti, con tanto di polizia locale e federale alle calcagna. Finale oltremodo sorprendente. Purtroppo il titolo italiano non offre minimamente giustizia all’essenza del film stesso: il cosiddetto “alligatore albino” a cui si riferisce il titolo originale (Albino Alligator) allude al membro più debole e vulnerabile del “branco”, destinato ad essere sacrificato per la salvezza di tutti, il che sa già darci qualche indizio circa l’intreccio. La sceneggiatura di Christian Forte è senza dubbio la punta di diamante del lungometraggio (di notevole pregio la struttura melodrammatica e i dialoghi dall’acre ironia). Segue l’interessante prova di Spacey, il quale, cimentandosi in un lavoro non poco ostico vista la complessità del copione, dà conferma del suo inaspettato valore autoriale: l’opera ha ambizione e linguisticamente funziona. Sta di fatto che il triste esito al botteghino, oltre alla povertà di riscontri dalla critica, lascia conseguentemente a desiderare.

ALBINO ALLIGATOR, Kevin Spacey (director), Matt Dillon, 1996Forse una messa in scena a cui l’America ancora non era abituata: rendere dinamica la staticità teatrale di uno spazio unico non è certo cosa da tutti. Il problema è che ci sono voluti giustappunto vent’anni prima che il pubblico potesse prenderne coscienza. A onor del vero, si potrebbe dire che se Insoliti criminali fosse stato realizzato nell’odierna epoca di Carnage (2011) o di The Hateful Eight (2015), avrebbe avuto certamente più “senso”; se non altro non sarebbe risultato così anomalo da passare in sordina. Una rilettura retrospettiva potrebbe oggi restituirgli quei tanti meriti mancati in passato, tali da poterlo addirittura menzionare, perché no, come cult. Il nostro augurio va per cui a un interprete dall’indubbio valore e, soprattutto, alla speranza che su di esso possa agire una meritevole riscoperta: un attore sì ma, incredibile a dirsi, anche un narratore.  

di Francesco Milo Cordeschi              

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.