Settantesimo round. Tanti auguri Sly

Da quella rocambolesca corsa lungo le vie di Filadelfia, che si chiudeva con il trionfale grido di vittoria ai piedi dello storico museo d’arte, Sly ne ha decisamente fatta di strada. Da allora lo Stallone Italiano non si è più fermato: un David di Donatello al miglior attore straniero, un premio César onorario, una menzione speciale a Venezia, un Golden Globe e diverse candidature agli Oscar, tra cui l’ultima clamorosa per il film “Creed – nato per combattere” (2016); il tutto senza considerare il successo planetario riscosso per i due personaggi che, sulla stregua di molti altri, hanno siglato un solco indelebile nella storia del cinema internazionale e la mole di record infranti (con i suoi 20 milioni di salario ottenuti per “Daylight – Trappola nel tunnel” – 1996- si è collocato come uno degli interpreti più pagati di sempre). Niente male per un goffo bimbo di Hell’s Kitchen che, afflitto da paralisi del viso, rachitismo e balbuzie, veniva deriso per la sua vaga omonima a Gatto Silvestro, e che ben presto avrebbe speso buona parte dei suoi vent’anni dormendo in autobus abbandonati, partecipando a squallidi film “osé” low budget per 200 dollari al giorno ed elemosinando anche le scritturazioni più marginali (si annovera l’apparizione fugace de “Il dittatore dello Stato libero di Bananas” – 1971- di Woody Allen). Sono settanta le candeline spente da uno dei più amati e sottovalutati divi di Hollywood, si vedano gli impressionanti exploit ai “Razzie Awards” (dieci premi incassati sulla bellezza di trentuno nomination, neanche Madonna fece peggio); un attore, sceneggiatore,  regista, produttore, pittore e incredibile a dirsi scrittore. Sua la firma del romanzo “Taverna Paradiso” del 1977, da cui è tratto il lungometraggio che vide il suo esordio ufficiale nei panni di regista. Oggi il nostro tributo va a lui e all’opera prima che aprì le porte ad una fortunata filmografia d’autore (i dati di fatto vogliono che i “Rocky” girati da Stallone in persona furono quelli ad aver incassato di più della saga, oltre ad essere stati più belli, particolare squisitamente personale).

Nella New York dell’immediato dopoguerra, tre fratelli italoamericani campano alla giornata vincendo sporadicamente scommesse clandestine, lavorando per imprese funebri e distribuendo ghiaccio per la città; dinamiche che trovano riscontri in quella che fu veramente la sciagurata gioventù di Sly e del fratello Frank. Victor, protagonista della vicenda, è un Rocky “minore”, accezione valida anche per delineare l’essenza del film stesso: avvilito da un mestiere frustrante senza sbocco, si convertirà d’un tratto al mondo del wrestling professionistico sollecitato prima da Cosmo, lo squinternato della triade, impersonato da Stallone, e poi da Lenny, il quale non tarderà a rivelarsi per il più avido. Intrighi romantici e contese famigliari troveranno per apice la tenacia del fratello lottatore, il quale spinto dal coraggio e dalla volontà di riconciliare i suoi cari, si appresterà a fronteggiare il campione in carica in uno scontro decisivo. Insomma, nonostante l’intrigante cameo di Tom Waits, un cast che contempla molti degli interpreti ricorrenti della filmografia stalloniana (una a caso, Armand Assante, il villain di “Dredd – La legge sono io” -1995-) e la meravigliosa colonna sonora, curata dall’immancabile Bill Conti e gli anzidetti Waits e Frank Stallone, un esordio dagli intenti modesti che comunque consolida , a soli due anni dal successo di “Rocky” (1976), il messaggio di Stallone, lo stesso di cui umanamente molti saranno debitori, si tratti di narratori di storie o di comuni spettatori. «Guarda che il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e, per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti, ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita! Perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti.. così sei un vincente!» (Rocky Balboa – 2006-), «Il mondo non va incontro a nessuno, fa sempre quello che è meglio per te. Fallo sempre!» (Over the Top – 1987-), «Certe volte un po’ di paura ce l’ho, quando sono sul ring e le prendo.. però poi c’è un’altra parte di me che viene fuori e che non ha paura, c’è un’altra parte di me che non vuole mollare.. che vuole fare un altro round! Perché fare un altro round, quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita..» (Rocky IV); parole di una semplicità disarmante, massime di vita che nella loro retorica apparentemente spicciola, otre ad essere autentiche, hanno appassionato generazioni su generazioni di persone. Penso che la definizione migliore a tal proposito la diede Paolo Mereghetti nel 2007, recensendo l’ultimo capitolo della saga del pugile proletario, con queste parole: «Ormai ai margini della Hollywood che conta, Stallone riprende il suo personaggio più celebre non per aggiornarne l’immagine ma per riflettere sul mito e rivendicare il diritto a un cinema che sia l’opposto delle regole oggi alla moda: personaggi senza glamour, marginalizzazione sociale, e urbana (ma senza la rabbia degli esclusi), solidarietà che nasce dalla rassegnazione, più che una polemica una rivendicata lontananza dai valori inseguiti dal figlio. E un masochistico aggiornamento del mito Hemingwayano del “cadere in piedi” che lo porterà a farsi massacrare di pugni per scoprire di essere ancora capace di rialzarsi. Identificandosi in maniera totale con il suo personaggio, Stallone-Rocky racconta se stesso e il suo cinema con una sincerità disarmante e le scene finali sembrano il commovente testamento di un dinosauro conscio del suo imminente addio.» Grazie Sly. Una vita a insegnare a rialzarsi.

 

di Francesco Milo Cordeschi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.