«Un mercato libero ha bisogno di sale libere». Intervista a Paolo Minuto, presidente di Cineclub Internazionale

, Fatti di cinema

Che il cinema indipendente abbia avuto un ruolo incisivo nell’affermazione degli autori emergenti è indiscusso. Cosa accade però se un prodotto, pur essendo di qualità, riscontra delle forti difficoltà di fruizione? A quali criteri bisogna necessariamente rispondere per distribuire un film indipendente e, soprattutto, com’è strutturata oggi la distribuzione italiana in generale? Ne parliamo con Paolo Minuto, presidente di Cineclub Internazionale Distribuzione.

Paolo, anzitutto una domanda molto generica ma non certo ovvia. Da distributore che sei, cos’è per te un’opera prima?

Sulle opere prime ci sono delle dispute teoriche tuttora in atto. Spesso mi sono trovato a discuterne con colleghi, registi e critici (dal professor Vito Zagarrio ad Agostino Ferrente); molti di fatto tendono a considerare l’opera prima come il solo lungometraggio di finzione. Personalmente sono dell’idea che il concetto andrebbe esteso a tutti i generi: documentario e cortometraggio; basterebbe semplicemente porre un distinguo tra opera prima “lunga” e “corta”. Se a costituire un esordio fosse il film finzionale e basta, allora si dovrebbero rivedere molte cose: seguendo questo criterio, autori del tutto rispettabili non avrebbero mai debuttato. Per me l’opera prima è un film. Non tutti però sono del mio stesso avviso. Uno a caso, il Ministero.

Non molte persone conoscono Cineclub Internazionale, così come non conoscono molte altre realtà. Puoi farci un rapido excursus? Come nasce questa Distribuzione?

Cineclub nasce da una mia idea. Dopo tanti anni spesi ad organizzare festival e diverse manifestazioni cinematografiche, ebbi l’intuizione di distribuire attraverso un’attività di impresa e non di associazionismo. Iniziai producendo un DVD, l’opera prima “Ossidiana” (2007) di Silvana Maja, ispirata al caso della pittrice Maria Palliggiano; ai tempi eravamo soltanto un’associazione. Nel giro di un paio d’anni il tutto si è trasformato in una vera e autentica azienda, anche se la distribuzione in sala è stata avviata poco più di tre anni fa con “Aspromonte” (2012) di Hedy Krissane, tunisino naturalizzato italiano. Quest’ultimo fu un caso particolare: si trattava di una produzione locale ed era scritto da Tonino Perna, ex membro del comitato etico di Banca Etica, professore di economia e collaboratore de “Il Manifesto”. Un’opera dagli interessanti intenti ambientalisti che fu da me scelta per fare “rodaggio”. A questo seguì “The Parade” (2013) di Srdjan Dragojevic, incentrato sul caso del Gay Pride di Belgrado, interrotto dalle violenze degli ultras. Una commedia inter-iugoslava che ebbe molti riconoscimenti, da Torino al MedFilm Festival. Spesso viene ancora richiesto nelle sale. Dopodiché, ho continuato con Las acacias (2011) di Pablo Giorgelli, fino ad arrivare ad Appena apro gli occhi (2016) di Leyla Bouzid, uscito il 28 aprile. Come fu all’inizio per “Aspromonte”, ciò a cui miriamo è, anzitutto, l’internazionalità del prodotto. L’unico film italiano che abbiamo curato è stato “St@lker” (2014) di Luca Tornatore con Anna Foglietta, di cui fu interessante l’esperimento recitativo (l’attrice protagonista, come ben sappiamo, fa prevalentemente film mainstream). Fu un unicum, un’eccezione. C’è da dire che spesso ci vengono presentati film italiani che, pur convincendoci, hanno già un distributore oppure richiedono diverse risorse di promozione; se, per esempio, un lungometraggio non è mai stato presentato ad un festival, è difficile per noi partire. Rischieremmo l’anonimato.

Su Appena apro gli occhi Laura Santelli ha scritto una recensione per il nostro magazine. La Bouzid, grazie ai suoi primi cortometraggi, aveva ottenuto fin da subito una certa risonanza a livello internazionale. A tal proposito, con quale criterio decidi di distribuire un film? Il fatto che esso sia un esordio ha per te un valore?

Diciamo che scegliere un esordiente o una donna non è un mio criterio, ma i fatti spesso mi portano, tra le opere selezionate, a distribuire molti debutti. Una cosa è certa: se per molti investire su un autore emergente costituisce un rischio, per me è esattamente l’opposto. Ciò che conta è il film.

L’importante è che ci sia un linguaggio.

Esatto. I film devono anche essere valutati sulla base dell’uso che se ne vuol fare; se seleziono un film per un festival o per una rassegna, devo rispondere a dei criteri ben specifici. L’importante è che la distribuzione abbia anzitutto un interesse di fruibilità: non posso permettermi di portare un film “poco fruibile” in sala. Oltretutto, dal momento che credo fortemente nel lavoro del regista sul set, ho scelto per principio di non doppiare i film. Nella fattispecie, il lavoro sui sottotitoli deve essere molto accurato, onde evitare che si vada incontro a spiacevoli insuccessi. Bisogna valutare se un film sia più adatto ad un festival o alla distribuzione, se non alla visione in VOD e streaming.

Settimana scorsa, su un nostro “Fatto di cinema” abbiamo aperto una parentesi sul DDL Franceschini. Abbiamo osservato che, se da un lato comporterà delle novità, dall’altro, secondo molti, avrà degli effetti discutibili sul cinema indipendente. Ti sei fatto un’opinione in merito?

In verità non l’ho studiato a fondo, c’è da considerare che molti emendamenti sono ancora in discussione. Quello che so è che il DDL non è certo frutto di Renzi o di Franceschini, bensì di tutti coloro che chiedevano provvedimenti da tempo. Al di là di quelle che possono essere le lacune, c’è da fare una considerazione molto più generale: nel senso, se una legge incide così tanto sul prodotto italiano, è perché quest’ultimo rimane pur sempre legato allo Stato. È un limite che, a mio avviso, dev’essere superato. E per superarlo occorre avere un mercato molto più libero di quello attuale.

Perché il mercato non è libero?

Perché le sale non sono libere. Recentemente è uscito un articolo su “Le Monde” che parlava di come la maggior parte delle sale siano ormai in mano ai circuiti. Ora, se a dirlo sono i francesi, che hanno un mercato molto più libero del nostro, figuriamoci noi! Se questo avvenisse in un altro settore merceologico (telefonia, per dirne uno, ma non solo), tutto questo non sarebbe possibile, visto che le leggi antitrust lo vieterebbero. Azzardo un dato approssimativo ma emblematico: il 20% dei film esce nell’80% delle sale. Non ha senso. D’altro canto non si può nemmeno negare che Circuito Cinema abbia costituito una valorizzazione commerciale anche del cinema d’autore. L’ideale sarebbe avere molte più sale libere, affinché i film possano confrontarsi col pubblico per poi prendere il loro percorso (dall’home video allo streaming). Ora, in parte, il DDL agevola questo aspetto, ma anche le regioni devono fare molto, vista la loro competenza in materia (togliere l’IMU a sale, librerie e teatri già sarebbe qualcosa).

Parlando de Il nostro ultimo di Ludovico Di Martino, abbiamo constatato come molti cineasti, per lo più esordienti, optino inizialmente per una distribuzione “ad eventi”, o comunque alternativa a quella di dominio pubblico.

Sì. C’è da dire che se l’evento ha un suo valore, la tenitura ne ha un altro. Da novembre mi occupo della programmazione dell’Apollo 11 e ho dato accoglienza a moltissimi film; a non tutti però è arrivata quest’informazione. Spesso non si scruta a fondo il terreno nel quale ci si muove. Lo dico per incoraggiare, non certo per criticare. Una cosa è chiara, non possono fare tutto l’Apollo 11 o il cinema Kino. A tal proposito, ci tengo a sottolineare il mio disappunto sull’esito del bando della Sala Troisi; non tanto perché è stato assegnato ai ragazzi del Piccolo America, quanto per il progetto che ne è uscito. A Roma c’è un estremo bisogno di sale libere. La Sala Troisi ha tuttora una buona programmazione ma, contestualmente, sarebbe stato importante studiare una tenitura di opere indipendenti. Personalmente l’avrei inserita come condizione del bando. Mi dispiace, diciamo che si è persa un’occasione.

Quali sono i vostri propositi per il futuro? Attualmente c’è un film che ritenete interessante e che mirate a distribuire?

In questo periodo si scrivono i listini per le distribuzioni avvenire. Saremo in grado di sapere quali saranno i film in uscita più avanti. Aspetteremo la fine di Venezia. È ancora troppo presto.

 

di Francesco Milo Cordeschi

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