DDL SI, DDL NO. Che ne sarà del cinema indipendente?

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Quando a fine aprile, vista la scadenza del bando ministeriale, gettavamo luce sul Disegno di Legge Cinema, audiovisivo e Spettacolo, eravamo talmente presi dall’immaginare i possibili vantaggi di tale misura, corredati dagli encomi di Benigni e Sorrentino, da dimenticare un grande assente: che ne è in tutto ciò del cinema indipendente o, volendo essere più specifici, che ne sarà d’ora in avanti del cinema indipendente? Facciamo un rapido excursus; premesso che quanto scritto su carta e comunicato alla Presidenza, lo scorso 17 marzo, diverrà operativo dal 2017, questo è il quadro che sembra delinearsi: istituzione di un fondo non inferiore ai 450 milioni di euro, sulla base di un meccanismo di incentivi fiscali e contributi automatici (si tratta di introiti derivati presumibilmente dalla programmazione televisiva/cinematografica e da buona parte dei servizi delle imprese tele comunicative), contestuale rafforzamento del tax credit, soppressione delle commissioni ministeriali (tra i principali oggetti di critica del reference system), edificazione di nuove sale e centri culturali, oltre a un sostegno pari al 15%, da parte del nuovo Fondo Cinema, riservato a Opere Prime e Seconde, Giovani autori e start up. Una manovra che finalmente riorganizzasse il cinema e, più in generale, le attività culturali mancava in effetti da tempo; ma se è previsto un incremento di circa 140 milioni di euro dei fondi, occorre allo stesso tempo sapere quali soggetti potranno usufruire di tali risorse, dal momento che questi aumenteranno: è necessario valutare il “ragionevole dubbio” secondo cui un sostegno automatico dell’85% alle imprese senza previa selezione, salvo quella sugli incassi, potrebbe porre in sordina le opere indipendenti. Lo stesso tax credit potrebbe ricadere esclusivamente nelle mani di chi mantiene fatturati di 50 milioni, a dispetto dei 10 di quelle società che, riuscendo difficilmente a controbilanciare il credito con le ridotte imposte, potrebbero essere escluse a priori. Ci teniamo a ricordare che, sulla scorta delle perplessità destate dal DDL ‘Franceschini’, lo scorso 7 maggio sono scesi in piazza a Roma gli addetti ai lavori dell’arte, dello spettacolo e dei beni culturali: «Per questo Governo tutto ciò che non porta reddito è considerato poco interessante: non si tratta più di difendere la bellezza ma semplicemente monetizzarla ove possibile» dice Tomaso Montanari, professore di Arte Moderna presso l’Università di Napoli nonché promotore dell’iniziativa. Se lo scorso 19 maggio oltre trecento operatori arrabbiati del comitato CLERCC (per una legge sul cinema in Campania) rivendicavano lo stop regionale della formulazione sulla legge per il cinema, in attesa dell’iter parlamentare del disegno di legge in aggiunta alla mancata erogazione di 6 milioni previsti dalla regione, una settimana fa l’AGIS – Associazione Generale Italiana Spettacolo – ha giustappunto sollevato la questione del cinema indipendente, alludendo ai rischi anzidetti. A seguito di una discussione in proposito tra produttori, distributori, autori ed esercenti in generale, si è infine chiesto, all’attenzione del ministro stesso, il mantenimento dell’attuale credito di imposta al 40%, grazie al quale finora diverse opere indipendenti (tra le quali alcuni esordi) hanno goduto del sostegno di privati e imprenditori. Ridurre tale aliquota al 30% comprometterebbe di fatto gli investimenti destinati a film di difficile gestione, a causa dell’alto rischio di perdita di capitale. In un clima tanto rincuorante da un lato quanto incerto dall’altro, c’è chi di necessità fa virtù: è il caso dell’ambizioso progetto “Primafila”, promosso da “Filmakeritalia”, il quale si propone di garantire una continuità lavorativa agli associati, partendo da un concept basato su un micro budget; fine ultimo di tale intuizione è, di fatto, la realizzazione di una produzione, portata avanti con l’abbattimento dell’80% dei costi e l’utilizzo degli incassi derivanti dalla distribuzione per sostenere eventuali lavori futuri. Insomma, a fronte di un “ragionevole dubbio”, essere previdenti potrebbe tornare utile a tutti.

 

di Francesco Milo Cordeschi

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