Pane, amore e Comencini. 100 anni e non vederli

L’8 giugno 1916 nasceva a Salò Luigi Comencini, autore che di certo non ha bisogno di presentazioni. Sue le firme di commedie memorabili che vantano, tutt’oggi, una scuderia di attori non indifferente: si va dalla Lollobrigida e De Sica nel celebre “Pane, amore e fantasia” (1953), promotore di una tetralogia che si chiuderà ben cinque anni dopo, al duo Sordi-Mangano de “Lo scopone scientifico” (1972), capolavoro unico e irripetibile. Padre della commedia all’italiana assieme ai suoi degni pari Steno, Monicelli e Risi, è stato forse tra i registi che meglio ha saputo incarnare l’italianità, nei suoi vezzi e vizi, dal dopoguerra in avanti, sapendone cogliere ogni sfaccettatura nazional-popolare e riuscendo a restituirne il lato più goliardico. D’altronde era esattamente ciò che si proponeva quel genere di commedia, figlia della precedente parentesi neorealista. Per queste ragioni, “Opere Prime” non poteva esimersi da questa breve retrospettiva: “L’imperatore di Capri” (1949) con Totò e il già citato “Pane, amore e fantasia”, i film che sentenziarono il suo esordio da protagonista assoluto del cinema italiano. Al secondo va dato un grande merito, senz’altro maggiore del primo per ragione assai ovvie: passare alla storia come una delle più grandi “opere prime” dell’anzidetta commedia popolare all’italiana. Quella che decretò uno stile specifico di scrittura basato sull’importanza, anche e soprattutto dialettica, del dialogo, nonché su una caratterizzazione dei personaggi propria dei contesti più umili dell’Italia “che non si vedeva”, quella campanilista. Prendi un dongiovanni attempato di città (l’azzeccatissimo Vittorio De Sica) e inseriscilo nel contesto nella campagna sperduta di Sagliena, paesino immaginario dell’entroterra abruzzese. Ne scaturisce un quadro fedele al costume dei tempi, seppur fortemente caricaturale: amori non corrisposti, galanterie fastose e lirismo paesano. Scriveva Alberto Moravia: «Il pregio maggiore di “Pane, amore e fantasia” sta nel superamento del dialetto stesso attraverso la moralità della storia e dei personaggi. Il dialetto, insomma, appare qui come un mezzo e non come il fine della rappresentazione». Per quanto possa sembrare paradossale scomodare il prestigio di Giovanni Verga, un accostamento a quell’arcinoto verismo, che faceva delle realtà socio-culturali più arretrate un autentico “topic” letterario, è ineludibile. Un Neorealismo rosa, insomma. Il canto del cigno di quei film che sancirono un nuovo modo di vedere la realtà; la differenza è che, a questo, Comencini associò una nuova modalità di raccontare la suddetta realtà. Una realtà spoglia e soprattutto umana, come suggerivano le didascalie iniziali: « La vicenda che stiamo per raccontarvi è immaginaria. Ma è tuttavia una vicenda umana. I personaggi la vivono in veste di Carabinieri, ma non per questo cessano di essere uomini e, come tali, sentono, amano e soffrono al pari di tutti voi. Quando però la loro umanità trascende i limiti delle norme disciplinari inderogabili, sanno ritrovare sé stessi.» Un retaggio ante litteram nei confronti del quale nessuno potrà mai finire di sdebitarsi, siano essi esordienti passati, presenti o futuri.

 

di Francesco Milo Cordeschi

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