Esordire a 25 anni con “Quarto Potere”: la grandezza di Orson Welles

, Fatti di cinema

Quando nel giugno del 1940 iniziarono le riprese di “Quarto Potere”, Orson Welles aveva solo 25 anni, ma già tante esperienze alle spalle. Si era fatto le ossa sui palcoscenici teatrali e aveva fatto sentire forte e chiara la sua voce in radio, rendendosi (a quanto si dice, involontariamente) protagonista di uno degli scherzi più celebri della storia. Scatenò, infatti, il panico tra gli ascoltatori, interpretando in maniera estremamente realistica un suo adattamento radiofonico di un’opera di H. G. Wells, “La guerra dei mondi”, convincendo il pubblico che gli extraterrestri stessero davvero sbarcando nel New Jersey. «Sarei dovuto finire in galera e, invece, sono finito a Hollywood», questo il suo commento quando, per la fama conquistata, gli si spalancarono le porte degli Studios e la RKO gli mise davanti un contratto che gli offriva una libertà artistica inimmaginabile. Accantonati un paio di adattamenti, Welles scelse di lavorare a un soggetto originale e, rifacendosi alla figura del magnate William Randolph Hearst, creò il maestoso personaggio di Charles Foster Kane. Padrone di una ricchezza spropositata, uomo megalomane e solitario, Kane colpisce al cuore gli spettatori per la sua grandeur, la sua irrefrenabile smania di possedere, accumulare, nel folle tentativo di creare qualcosa di sempre più imponente e colossale, un vero e proprio impero che, però, mai basterà a colmare quel vuoto immenso che porta dentro da una vita intera. La gioia di una giornata trascorsa, da bambino, a giocare sulla neve è l’unico prezioso ricordo rimastogli, il ricordo di un’infanzia incompiuta e passata così in fretta da non avere nemmeno il tempo di dirle addio.
Citizen KaneL’esordio di Welles è sorprendente. Emerge, fin da subito, la sua straordinaria padronanza del mezzo filmico. Facendo tesoro della lezione di Eric von Stroheim e John Ford, Welles utilizza in modo innovativo e consapevole la profondità di campo, adottando anche un uso espressionistico di luci e ombre, sotto la guida dell’abile direttore della fotografia Gregg Toland, capace di creare un bianco e nero quasi vivido in certe scene. Il film acquista così tinte fosche, ben accordate alla tragica epicità del protagonista, che dimostra di nascondere sotto quell’anelito di grandezza nient’altro che una profonda e cronica incapacità di amare. Kane, infatti, vive il più puro dei sentimenti soltanto di riflesso, percependo per tutta la vita l’urgente necessità di ricevere quell’amore ingiustamente negatogli da bambino. Welles si serve sapientemente di vari strumenti narrativi. È il caso del sintetico montaggio di dieci anni di colazioni mattutine, che, attraverso dissolvenze incrociate e campi-controcampi, ci mostra l’inesorabile deteriorarsi del rapporto tra i due coniugi, oppure del cinegiorCharles Foster Kanenale, quasi in apertura di film, che sintetizza la vita pubblica del celebre magnate. Kane ci viene presentato prima in maniera asettica, tramite la voce del giornalista, poi attraverso gli occhi di vari personaggi che sono entrati in contatto con lui, ognuno dei quali lo vede in maniera differente. Infine, lo spettatore arriva a farsi una sua idea personale, nel momento in cui la camera onnisciente rivela a lui soltanto il segreto nascosto dietro quella misteriosa parola pronunciata a fil di voce, sul letto di morte. La verità, però, è condensata più che altro in un paio di battute, immediatamente precedenti la scoperta dell’amato slittino ardente tra le fiamme: «Non basta una parola sola per spiegare la vita di un uomo. No, secondo me, Rosabella non è che un pezzo del rompicapo… un pezzo che manca».
Con “Quarto Potere” il venticinquenne Orson Welles non solo esordisce alla regia, ma realizza quella che oggi è diventata una vera e propria pietra miliare della storia del cinema. Truffaut, non a caso, disse: «Appartengo alla generazione di cineasti che ha capito di voler fare cinema vedendo “Quarto Potere”».

di Camilla Di Spirito

Lascia un commento