Quando un Attore diventa Regista

“Quando un attore viene da me e chiede di discutere il suo personaggio, gli rispondo che il personaggio è nella sceneggiatura e se mi chiede: «E la mia motivazione?» gli rispondo: «È nel tuo salario».” Così Sir Alfred Hitchcock liquidava gli attori petulanti, scrupolosi indagatori della psiche dei loro personaggi. Ma, com’è noto, il celebre regista inglese aveva un rapporto fortemente conflittuale con i suoi attori e mal tollerava i loro spunti e suggerimenti sul set, considerandoli veri e propri tentativi di interferire con la sua visione della storia.
Senza arrivare Leone MGM e Hitchcocka scomodare Hitchcock, potremmo trovare una marea di curiosi aneddoti di tutti i tipi che vedono protagonisti attori e registi. Uno alquanto assurdo si dice sia avvenuto sul set di “Chinatown”, dove Faye Dunaway avrebbe lanciato un bicchiere colmo di urina in faccia a Roman Polanski perché il regista aveva vietato di interrompere le riprese per andare in bagno.
Come potete ben capire, il rapporto regista-attore è molto complesso e a volte può diventare un tantino problematico. Al di là degli episodi più bizzarri, dirigere gli attori è generalmente uno dei compiti più ardui per un regista e non tutti si dimostrano abili nel capire le loro potenzialità e nell’aiutarli a tirarle fuori, trovando la giusta chiave di interpretazione del personaggio.
Forse proprio questo può essere uno dei motivi che può spingere un attore a voler passare dietro la macchina da presa, anche se ogni storia è un caso a parte. Ci sono, infatti, attori che hanno sempre coltivato ambizioni registiche, altri che, invece, hanno maturato questo desiderio solo dopo anni di set e altri ancora a cui è capitata un’occasione giusta.
Recentemente il cinema italiano ha assistito all’intensificarsi di questa migrazione Gabriele Mainettidal campo attoriale a quello registico. Ultimo illustre esempio ci viene offerto da Gabriele Mainetti, che, con il suo “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015), opera prima da lui diretta e anche prodotta, dopo sei anni di ricerca budget e lavorazione, ha debuttato alla regia, riscuotendo successo di critica e pubblico. Fondamentale per lui è stato il lavoro con gli attori, alla ricerca del giusto equilibrio tra prove e improvvisazione.
Mainetti, come abbiamo già detto, non rappresenta un caso isolato. Basti pensare a Fabio De Luigi con “Tiramisù” (2016), Riccarco Rossi con “La prima volta (di mia figlia)” (2015), Claudio Amendola con “La mossa del pinguino” (2014), Rolando Ravello con “Tutti contro tutti” (2013), Alessandro Siani con “Il principe abusivo” (2013), opera prima che ha incassato oltre 14 milioni di euro, o ancora Rocco Papaleo con il suo road movie lucano “Basilicata coast to coast” (2010). Tutti questi esordi sono accomunati dalla scelta di puntare sulla commedia e la maggior parte di essi è realizzata da comici. D’altronde, il cinema italiano ha una lunga tradizione di attori/autori comici che sono diventati registi di sé stessi, alcuni dei quali hanno dato vita quasi a un tutt’uno inscindibile con i loro personaggi e il loro stile recitativo. È il caso di Massimo Troisi, Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni, Carlo Verdone e Roberto Benigni. Ancor prima di loro, dopo innumerevoli ruoli e una volta assimilati i giusti tempi della risata, sono passati dietro la macchina da presa Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi.
Gli attori italiani passati alla regia, tuttavia, non si sono votati solo al genere comico. Basti pensare all’interessante opera prima di Valeria GolinoValeria Golino, che con “Miele” (2013) affronta la scottante tematica dell’eutanasia; oppure a “Razzabastarda” (2013) di Alessandro Gassmann che si focalizza sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione; o ancora a “La città ideale” (2012) di Luigi Lo Cascio, in cui si scontrano speranze e realtà, e a “Senza nessuna pietà” (2014) di Michele Alhaique, che esplora il genere noir.
Caso a parte potrebbe essere quello di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che con “La mafia uccide solo d’estate” (2013) ha portato sul grande schermo una particolare formula di docu-fiction, mantenendo lo stile già collaudato in televisione con “Il testimone”.
Tra i tanti esempi non possiamo non citare, poi, Edoardo Leo. Dopo aver esordito dietroEdoardo Leo - Noi e la Giulia la macchina da presa nel 2010 con “Diciotto anni dopo”, l’attore romano ha intrapreso un suo personale percorso registico che, passando per “Buongiorno papà” (2013), la sua opera seconda, lo ha portato a raggiungere una vera e propria maturità stilistica con “Noi e la Giulia” (2015).
Ben vengano, quindi, simili esperimenti di attori alla regia, se dietro l’obiettivo non c’è un regista improvvisato, bensì un sincero appassionato di cinema con una visione precisa del film e competenze attoriali da mettere al servizio del cast, come nel caso di Gabriele Mainetti o Edoardo Leo.
Infine, se volessimo guardare oltreoceano, potremmo citare Clint Eastwood, Ron Howard, Ben Aflleck, Sean Penn, George Clooney, Mel Gibson, Kevin Costner, Jodie Foster e tanti altri. Ma questa è un’altra storia.

di Camilla Di Spirito

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