Stile ed esordi cinematografici: tutto sta nel cominciare

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L’inizio è la parte più importante del lavoro, sosteneva Platone. Oggi un regista viene identificato tanto dai media quanto dal parrucchiere sotto casa per il/i film che hanno raggiunto una maggiore popolarità. Ma che ruolo ha avuto l’opera prima sul modo di affrontare quelle successive? E, soprattutto, chi ha cominciato la propria carriera di regista adottando una cifra stilistica che ha caratterizzato poi tutto il proprio lavoro?

Kubrick, noto per film del calibro di Full Metal Jacket o 2001:Odissea nello spazio, ha odiato a tal punto la sua opera prima – definita da lui stesso l’ esercizio pretenzioso di uno studente di cinema – da volerla distrutta. Per fortuna, un negativo di Fear and Desire è sopravvissuto, permettendoci di riconoscere nel Kubrick del 1953 qualcosa del visionario cui siamo abituati: un’attenzione particolare per la fotografia, spesso arricchita di soggetti quasi immobili, i primi piani e le inquadrature per lo più frontali che si evolveranno, poi, in quelle oppressive costruzioni geometriche a punto di fuga centrale, evidentissime, ad esempio, in Shining. Dario Argento, da parte sua, introduce l’abituale utilizzo della soggettiva – che gli consente di focalizzare l’attenzione dello spettatore su dettagli sempre nuovi e da prospettive diverse, persino quella di un ipotetico assassino – fin dall’esordio L’uccello dalle piume di cristallo, arrivando alla perfezione formale in Profondo rosso: lui stesso, dopotutto, afferma che il “modo di scrivere di un regista è la macchina da presa”. Ma lo stile può esprimersi anche nelle atmosfere, nelle realtà distorte create dalla mente del regista: il tanto discusso mondo di Fellini, dove realtà e illusione si sposano e si lacerano a vicenda, nasce con Lo sceicco bianco, per poi continuare a svilupparsi nei capolavori successivi, come La strada o La dolce vita; così come il taglio psicologicamente cupo di Fight club o Zodiac viene sperimentato da Fincher, in una versione embrionale, fin da  Alien (già qui, tra l’altro, ricorre a rapidi giochi di sguardi tra i personaggi in scena, riuscendo così a creare uno stato di tensione). Ci sono, poi, registi predisposti fin dal principio a un certo genere di protagonisti: Sorrentino sperimenta il tipo dell’uomo poeticamente nostalgico, che ha conosciuto il successo e ora è relegato in un limbo di solitudine riflessiva, fin da L’uomo in più, facendolo diventare sempre più filosofo e affascinante da Le conseguenze dell’amore in poi. In conclusione, come non citare Quentin Tarantino, il cui semiserio humor nero è messo in bocca già a Le iene: dialoghi quasi surreali in situazioni esasperatamente realistiche (o viceversa, con Tarantino tutto è possibile), l’assenza di principi etici che rendano concepibile la situazione, il gioco di citazioni cinematografiche nascoste, la presenza spudorata del sangue… Elementi che saranno propri del suo peculiare genere pulp. Tutto sta nel cominciare.

di Cristina Morra

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