Rapporto tra realtà e finzione negli esordi

, Fatti di cinema

Correva l’anno 1978. Goffredo Parise, illustre giornalista de “Il Corriere della Sera”, titolava un suo articolo “Ecce Bombo e l’aria del ’68” con l’occhiello “Perché Nanni Moretti ha molto talento”. Rapportandolo a “Gli indifferenti” di Moravia per la novità prorompente con cui sconquassò i dogmi dell’epoca, il «quasi esordiente» regista di origini bolzanine veniva descritto come un autore autentico, sulla stregua di quanto fu precedentemente detto di Olmi e Bellocchio. Da cosa fu determinata tale “autenticità”? cosa accomunava un’opera prima come “Io sono un autarchico” (1976) a degni pari come “I pugni in tasca” (1965) o “Il posto” (1961)? La risposta risiedeva tanto nello stile quanto nel contenuto, due aspetti votati alla comune riscoperta della realtà. Nel caso specifico di Moretti, «la realtà che ognuno di noi ha sotto gli occhi quando esce per la strada e vede dei giovani, vestiti nel modo che tutti sanno, con le barbe che tutti conoscono, con i jeans e i maglioni che tutti indossano. Qua e là si intersecano telefonate a una radio libera, consigli, ancora telefono, il tutto senza né capo né coda». Non si trattava certo di una trasposizione “camaleontica” del vero, visto che il copione traboccava di uno humor corrosivo e surreale, ma il film, come ben osservato, «non racconta storie a cui lo spettatore deve necessariamente credere, cioè non chiede immedesimazione di massa ma divertimento, come dire: guardate che, dopo tutto, stiamo girando un film e niente più». Il rapporto tra realtà e finzione, basato sul paradosso:«è possibile essere realisti sfruttando un linguaggio notoriamente dedito alla messa in scena?», è stato, è e forse continuerà ad essere uno dei principali humus su cui buona parte degli esordienti progettano la loro “autenticità”. È un dato di fatto: lo fu per Olmi, Magni, Bertolucci e Moretti, lo è stato per Garrone, Sorrentino, Munzi e Costanzo, lo è adesso per Sibilia, Mainetti e non solo. Fatalità vuole che questo non sia un caso esclusivamente nostrano: sono molte le opere prime, europee e oltreoceano, ad essersi fatte sentire per aver riesplorato il confine tra finzione e realtà, spesso riuscendo a trarne delle intriganti sperimentazioni. Non è un caso se il “mockumentary” (o documentario finzionale) trova tra i suoi principali progenitori un esordiente: il newyorkese Jim McBride con il suo “David Holzman’s Diary” (1967), film che ripercorre la falsa autobiografia di un regista in crisi creativa. Un’opera frutto degli influssi della pop-art, che si contendeva solo quattro anni di distacco da un “documentario sperimentale”, firmato da un altro esordiente (e che esordiente): “Sleep” (1963) di Andy Warhol, il quale, con la modica durata di ben cinque ore e venti, inscenava il riposo del poeta di John Giorno. Non ci volle molto che queste rappresentazioni influenzassero il cinema d’autore che ne seguì: dal “finto snuff-movie” di Ruggero Deodato (vedi “Cannibal Holocaust” – 1980-) al più recente “Diary of the Dead” (2007) di Romero. Ciò che sorprende però è che il mockumentary ha continuato e continua tutt’ora ad essere uno dei generi prediletti dei debuttanti (e perché idealmente associato al low budget e perché, come sottolineato in precedenza, produce delle interessanti e spesso inedite riflessioni sul binomio realtà-finzione): è il caso di “The Blair Witch Project” (1999) del duo Daniel Myrick – Eduardo Sanchez e del successivo “Paranormal activity” (2007) di Oren Peli. Insomma, le opere prime che nella storia hanno avuto maggior seguito sono quelle che hanno saputo offrire qualcosa di nuovo; la “novità” è determinata dal modo di trattare la realtà. O meglio, nel modo di saper integrare la realtà nella finzione, principale essenza della settima arte. Perché, come sosteneva Parise nel suo bell’ articolo: « Obiettare che realtà e realismo non sono la stessa cosa è ovviamente facile, ma dopo un decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente, la realtà è un po’ come il primo tozzo di pane dopo la carestia, cioè non soltanto qualche cosa che c’è, ma qualche cosa che si vorrebbe anche il giorno seguente».

di Francesco  Milo Cordeschi

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