Quando la realtà imita la finzione: Opere Prime e Cronaca Nera

Non molto tempo fa i primi cittadini di Giugliano, Acerra e Afragola, comuni dell’entroterra partenopeo, non hanno potuto nascondere il loro malcontento alla possibilità che una parte della nuova stagione di Gomorra – La serie, vicina all’uscita su Sky, venisse girata nel loro territorio. “Malcontento” a dirla tutta è un garbato eufemismo, dal momento che si sono categoricamente rifiutati di prestare una sola zolla di terreno per un singolo ciak. Non sono tardate le dure repliche, specie quella d’eccezione di Saviano: « Che la politica limiti la libertà di espressione artistica la dice lunga sulla convinzione che sia sufficiente bloccarne il racconto perché la criminalità smetta di esistere». Già, in un certo senso non c’era molto da stupirsi: se la prima stagione, secondo i molti, non aveva particolarmente contribuito ad una buona “pubblicità” delle realtà rappresentate, figuriamoci il precedente lungometraggio di Garrone (2008), il quale non soltanto parlava di camorra ma diventava un sorprendente caso mediatico (Bernardino Terracino, che interpretava “Peppe o’ cavallaro”, fu arrestato per favoreggiamento, estorsione e detenzione abusiva di armi da fuoco; stesse sorti per Salvatore Fabbricino e Giovanni Venosa, i quali nel film impersonavano rispettivamente un camorrista e un capoclan). “Il caso Garrone” non costituisce certo un unicum sotto questo profilo: sono diversi i film, anche opere prime, che, oltre ad aver subito delle diatribe di natura legale, hanno fatto discutere per aver scelto personalità “poco raccomandabili” come principali interpreti. Poche settimane fa ho avuto modo di recensire, non a caso, il modesto esordio del forlivese Quadretti, Espero (2015), film di cui non ho potuto fare a meno che osservare l’interessante, nonché controversa, scelta di reclutare un ex-terrorista nero (Mario Tuti), attualmente in regime di semilibertà, per il ruolo di co-protagonista. Fatalità vuole che il suggestivo reportage del giovane Valerio Burli su Renato Rinino, celeberrimo ladro savonese, Lupen. Romanzo di un ladro reale (2015), sembri quasi azzardare una certa dedizione verso il mondo criminale da parte dei nuovi esordi. Ma andiamo per ordine: il 2011 vede l’esordio di Guido Lombardi con il suo Là-bas – Educazione criminale, film la cui idea embrionale trae originale da un tragico evento di cronaca nera (il 18 settembre 2008 una squadra di sicari referente al clan dei casalesi mette a punto una strage nel quartiere africano di Castel Volturno); l’aspetto interessante però risiede nella prima fase di realizzazione, quella in cui il produttore Gaetano Di Vaio parlava di presunti tentativi di boicottaggio, a seguito dei primi movimenti promozionali dell’opera (volantinaggio e non solo) e un successivo colloquio avvenuto col sindaco Antonio Scalzone, il quale (secondo molti del reparto produttivo) sembrava non volersi sbilanciare verso un ipotetico partenariato. Curioso è anche ciò che emerse durante le audizioni: secondo lo stesso regista sarebbe trapelato «che la zona della sparatoria, dove bazzicano trafficanti ghanesi, sia stata addirittura indicata da un nigeriano rivale», lasciando «intuire quale scontro vi sia tra le etnie e i clan che operano tra Pescopagano-Baia, Verde-Castel Volturno e il Lago Patria». Non fu un caso, d’altronde, se l’opera venne ben presto ribattezzata dai suoi stessi autori “Gomorra nero”. Un soprannome che desta parecchie riflessioni su quanto detto in precedenza: incredibile a dirsi, ma i casi mediatici che seguirono al film targato “Saviano-Garrone” possono trovare dei degni “competitor” anche tra le file degli esordienti.

 

di Francesco Milo Cordeschi

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