Dalla Germania a Hollywood, la catabasi di Von Donnersmarck

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La carriera di un regista è perennemente in bilico, come quella di un attore, di uno sceneggiatore o di chiunque altro abbia la sventurata fortuna di lavorare nell’imprevedibile mondo del cinema, al tempo stesso idilliaco paradiso e campo minato. Compiere un singolo passo falso può risultare fatale. Dopo un flop, trovare qualcuno pronto a concederti nuovamente fiducia e finanziamenti può diventare un’impresa impossibile. Florian Henckel von Donnersmarck  ne sa qualcosa. Tutti lo ricordiamo per il suo brillante esordio con “Le vite degli altri”, pellicola che nel 2007 gli ha regalato l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Con una regia pulita e ben calibrata, il cineasta tedesco racconta una profonda storia di redenzione, mettendo in scena la metamorfosi di un freddo capitano della Stasi che passa dall’eseguire acriticamente gli ordini dei suoi superiori a compiere finalmente una decisiva scelta personale, pagandone tutte le conseguenze con coraggioso stoicismo. Tre anni dopo, von Donnersmarck si è lasciato conquistare dal canto delle sirene di Hollywood, dirigendo Angelina Jolie e Johnny Depp in “The Tourist”, storia di spionaggio che prende le mosse dall’incontro in treno di due sconosciuti, un turista americano e una misteriosa femme fatale. Per sua stessa ammissione, la mecca del cinema internazionale ha sempre esercitato su di lui uno straordinario fascino, pur nella consapevolezza che proprio lì il cinema vero e proprio venga spesso purtroppo messo in secondo piano. E, per ironia della sorte, il regista tedesco è diventato vittima della veridicità di questa sua considerazione sull’industria hollywoodiana, confezionando un blockbuster senz’anima, privo di spessore e profondità, piatto così come appaiono i due personaggi interpretati dalla Jolie e da Depp. Se uno spettatore vedesse “Le vite degli altri” e “The Tourist” ignorandone l’autore, difficilmente potrebbe ipotizzare che dietro la macchina da presa si nasconda la stessa persona. Quando gli è capitata l’opportunità di girare “The Tourist”, von Donnersmarck stava scrivendo un thriller drammatico incentrato su un suicidio e, senza esitazioni, ha deciso di mettere quell’idea nel cassetto. Infatti, dopo la cupa tematica affrontata ne “Le vite degli altri”, voleva sperimentare una narrazione diversa, leggera ed elegante, svincolandosi da un certo tipo di cinema, prima di esserne fagocitato e venire etichettato unicamente come regista di tetri film politici. Ma cambiare pelle può essere molto difficile e solo pochi grandi registi ci sono riusciti senza cadere vittime della loro stessa ambizione. Adesso è un po’ che non vediamo von Donnersmarck in sala e viene spontaneo attribuirne la colpa all’insuccesso di critica e pubblico della sua ultima opera. Da spettatrice avrei certamente gradito che realizzasse un film con lo stesso impatto emotivo de “Le vite degli altri” e mi chiedo che film sarebbe venuto fuori se avesse girato il thriller drammatico a cui stava lavorando prima di dedicarsi a “The Tourist”. Ma ciò che conta è quel che fai, non quello che avresti potuto fare. Nonostante tutto, però, non mi sento di condannarlo in toto. Spesso mentre siamo a lavoro, ci sembra di star realizzando qualcosa di epico e, invece, come nella storiella dello sceneggiatore di Hitchcock, quando ci svegliamo al mattino ci rendiamo conto che il nostro presunto geniale appunto si riduce a «Ragazzo s’innamora di una ragazza». Ma non importa, c’è sempre tempo per riprovare e quando, come nel caso di von Donnersmarck, c’è del talento, questo può sempre trovare la strada per riemergere.

di Camilla Di Spirito

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