Un esordio collettivo per WAX: WE ARE THE X

, Fatti di cinema

Se ascolti Lorenzo Corvino parlare di cinema, vieni travolto da un’ondata di entusiasmo contagioso. Alla sua prima conferenza stampa è un vero e proprio fiume in piena. Presenta la sua opera prima con l’esaltazione di un bambino, sottolineando che “WAX: We Are the X” rappresenta un esordio non soltanto per lui, ma per ben altre dodici professionalità (tra cui il produttore, il direttore della fotografia, lo scenografo, il musicista e il casting director). Già vincitore di svariati premi, il film è stato definito un “Self(ie)-Movie”, «nel duplice significato di film indipendente autoprodotto e di film che adopera una delle manie più in voga tra i giovani». “WAX”, infatti, è stato girato in modo tale da mostrarci la storia attraverso la soggettiva di uno smartphone, oggetto di uso quotidiano, che si trasforma qui in strumento di racconto. «La camera è il quarto personaggio e ci proietta in mezzo ai ragazzi, facendoci sentire lì con loro. L’immedesimazione, o meglio ancora, la sovrapposizione tra lo sguardo dei protagonisti e quello dello spettatore è fondamentale per creare un’osmosi emotiva nel momento stesso in cui tutto accade». Il regista leccese ci tiene, inoltre, a sottolineare che «il mezzo tecnico è al servizio della narrazione. L’idea di girarlo in soggettiva è nata fin da subito. Se fosse stata, invece, una trovata dell’ultima ora, il tutto avrebbe avuto certamente un effetto posticcio». Per le riprese sono state usate cinque camere differenti, passando da un iPhone a una GoPro a una Red Scarlet a una Panasonic P200 e alle Canon 5D e 7D. L’obiettivo, però, è sempre stato quello di «lavorare sul terreno puro delle emozioni», facendo attenzione a non cadere nel mero formalismo, nonostante per Corvino girare questo film sia stata una sfida tecnica, che lo ha portato ad introdurre anche nuovi linguaggi. «Ad esempio, il linguaggio della doppia ripresa utilizzato nella scena all’aeroporto ancora non esisteva, ma non mi sono posto alcun problema perché ero sicuro che, al momento dell’uscita del film, certamente sarebbe già stata introdotta questa novità». Ma girare “WAX” non è stata un’impresa facile nemmeno per gli attori, che hanno dovuto recitare a distanza di metri l’uno dall’altro e spesso senza nemmeno un contatto visivo. Come ricorda Davide Paganini: «Recitavamo avendo soltanto un riferimento uditivo. A separarci c’erano la camera, il macchinista, il fuochista. Eravamo a sette metri di distanza, ma dovevamo cercare di recitare come se ci separassero soltanto pochi centimetri dall’obiettivo del cellulare. Inoltre, dovevamo sempre ricordarci di guardare in camera, contro ogni regola classica». Ulteriore difficoltà era il vedersi spesso riflessi nell’obiettivo, trovandosi non soltanto a non poter fare affidamento sull’interazione con l’altro attore, ma a volte addirittura quasi a recitare con sé stessi, come guardandosi allo specchio. Nonostante ciò, si è creato un buon affiatamento tra i tre protagonisti (Jacopo Maria Bicocchi, Gwendolyn Gourvenec e Davide Paganini), anche perché per volontà del regista, prima dell’inizio delle riprese, hanno passato una settimana insieme per trovare la giusta coesione e naturalezza. Per raccontare il ménage à trois dei loro personaggi, Corvino ha preso ispirazione da registi del calibro di Cuarón, Bertolucci e Truffaut, con i rispettivi “Y tu mama tambien”, “The Dreamers” e “Jules et Jim”. Oltre alla sfida tecnica, però, c’è stata quella ben più stimolante di raccontare il malessere di una generazione attraverso scenari magnifici come la Costa Azzurra e Monte Carlo. «È facile trincerarsi dietro delle scenografie sgarrupate, ma per raccontare l’indigenza e la precarietà dei nostri giorni non c’è solo quello. Non c’è solo l’Ilva di Taranto, non c’è solo Scampia, non c’è solo Gomorra». E, al termine della visione, possiamo affermare che Corvino sia riuscito appieno nel suo intento di immortalare lo splendore di un mondo che attende solo di essere conquistato e la precarietà di una generazione in bilico tra sogni di gloria e croniche incertezze, esigenze di riscatto e leggerezza esistenziale.

di Camilla Di Spirito

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