La storia dell’Eternit non finisce qui. Intervista a Francesco Ghiaccio

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INTERVISTA AL REGISTA FRANCESCO GHIACCIO

All’interno della serata di proiezione allestita presso lo spazio Oberdan erano presenti spettatori di ogni età. Chi attratto dalla presenza dell’attore protagonista, conosciuto per la serie tv Gomorra, chi per la conoscenza del fatto di cronaca sull’Eternit. Alla conclusione del film ogni motivazione ha lasciato spazio alla commozione della storia. Nessuno si voleva alzare dal posto. Fatto che ha reso molto contenti i protagonisti della serata, Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio, che non si aspettavano una tale partecipazione. Totalmente a loro agio si sono aperti al pubblico narrando le curiosità della costruzione del film che li ha visti coinvolti sin dalla stesura della sceneggiatura. Il progetto ha richiamato molte forze in campo, non solo da parte degli enti ma sopratutto da parte degli abitanti stessi i quali come dice lo stesso regista “non si arrabbiano mai ma reagiscono giorno dopo giorno senza mollare mai”. Persino dopo l’ultima sentenza della Corte di Cassazione la reazione è stata di unione collettiva. Il giorno dopo hanno detto “ Cosa facciamo? Ricominciamo”. Tra le figure professionali menzionate nella serata c’è il compositore Enrico Pesce, già famoso per le musiche del film Sorelle Mai di Bellocchio, e professore di musica del regista, che si è posizionato per due mesi al primo posto delle classifiche di Amazon tra le colonne sonore più vendute solo con il passaparola. Particolarmente toccante è stata la presenza in sala di una spettatrice, moglie di un ex abitante di Casale Monferrato, deceduto a causa di un mesotelioma provocato dalla polvere d’amianto respirata da giovane. La sua testimonianza spontanea ha confermato quanto la materia filmica sia stata costruita alla perfezione con il riserbo e la forza tipica degli abitanti di Casale.

 

Il film è molto legato alla parola quanto ai vuoti, i silenzi ed i rumori. Come mai questa scelta?

Francesco: Il silenzio è una componente importante del film e rappresenta sia i protagonisti sia gli abitanti di Casale. Il film è fatto di personaggi bloccati, incastrati, che non riescono a respirare. Ed hanno difficoltà a parlare, fisica ed emotiva. I protagonisti, padre e figlio, si odiano e questo sentimento si trasforma in separazione e poi in nulla. Dopo di che con la scoperta della vicenda dell’Eternit il suono torna ad essere presente nella storia, permettendo alla vita di scorrere. Il suono è anche l’emblema di un città che non voleva più parlare di quella tragedia fino a quando non è stato aperto il processo. Il racconto prende vitalità quando cominciano a riprendere il dialogo. In particolare nella scena in cui Eduardo spiega al figlio Luca che cosa voleva dire lavorare e vivere la realtà dell’Eternit. Quella ripresa non era prevista in sceneggiatura. L’abbiamo inserita nel giorno in cui io e Marco facevamo i sopralluoghi nel paese assieme il direttore della fotografia. Durante quei giorni ci ricontatta l’ex lavoratore della fabbrica che più di tutti ci ha dato una mano durante la fase di ricerca. Era da tempo non ci sentivamo e voleva salutarci prima dell’inizio delle riprese. È arrivato nel luogo a un certo punto ci ha detto “Ecco era lì che incominciava la fabbrica”. In quel momento abbiamo sentito in quelle parole un’emozione che ci interessava. Quelle cose le avevamo sentite raccontate da altri. Ma dette da lui in quel momento avevano qualcosa di nuovo e di importante che doveva entrare nel film. Una volta scritta la scena, Giorgio Colangeli ha impiegato un giorno per impararla ed è stata girata nel primo giorno in assoluto di ripresa. In tre ore e mezzo circa perchè era il tramonto. Dopo due intoppi iniziali, Giorgio ha trovato la nota giusta e si è creata una magia durata per tutte le ore di girato.

 

Qual’è stata la partecipazione delle vittime coinvolte nella storia riguardo la realizzazione del film?

Prima di incontrare i produttori di Indiana Productions io e Marco con la nostra follia ci eravamo convinti di realizzare i film con i nostri cellulari tant’è vero che ne avevamo comprati due identici e veramente lo volevamo realizzare così. Finché quando abbiamo iniziato con la nostra ricerca, intervistando tante persone coinvolte nella vicenda, ad un certo punto ci siamo sentiti che non potevamo tirarci più indietro. Non potevamo dire “Non facciamo più questo film perché non abbiamo trovato un budget.” Era una cosa senza senso dirlo a gente che lotta da 30 anni. E quindi ci siamo aperti alla città. Abbiamo fatto un assemblea pubblica, il pomeriggio del 9 Luglio del 2014. Eravamo tutti in una stanza con più di 200 persone presente che ci dissero “Vi aiutiamo in ogni modo.” Chi dava una stanza, chi una lavanderia, chi un ristorante, ecc.. E lì abbiamo sentito veramente che potevamo farcela. Poi per fortuna i nostri produttori hanno trasformato questa avventura in un film vero, in una macchina cinema. Ma anche quando non abbiamo avuto più bisogno dell’aiuto concreto della città, gli abitanti sono sempre stati presenti. Tutte le scene di massa che vedete nel film sono tutti cittadini di Casale che hanno vissuto nella realtà quelle scene, soltanto un paio di anni prima.

 

Qual’è stato il momento che più l’ha commossa nella realizzazione del film?

Il momento più emozionante nel girato è stato sicuramente la scena della rivolta in comune. Nella realtà è andata esattamente come nel film. Nel giro di qualche ora quello scalone si è riempito perché una giornalista aveva scoperto che il Consiglio era riunito per accettare l’offerta di accordo con la fabbrica. Aveva fatto uscire la notizia e tutti si sono ritrovati su quella strada a gridare “Vergogna”, “Giustizia”, “Non firmate”. E quando abbiamo girato quella scena c’erano veramente 300 comparse che erano le stesse che erano presenti quella sera. Come solitamente facevo durante le scene in cui c’erano quelle comparse, sono arrivato lì quel giorno spiegando loro cosa fare ma dopo pochissime parole ho riconosciuto i volti delle persone che ci avevano raccontato le loro biografie e quindi era stato evidente che non c’era proprio nulla da spiegare. E anche quella volta abbiamo girato per circa 4 ore e mezza di fila ed in tutti i ciak che sono stati fatti hanno sempre avuto quell’energia e quella rabbia che si vede sullo schermo.

 

La storia dell’Eternit non è finita qui.

No, non è finita. È partito un nuovo processo chiamato Eternit Bis e la sostanziale differenza con il primo processo è il grado d’imputazione. Nel primo c’era “disastro ambientale e doloso e omesse misure di sicurezza” che cadde in prescrizione perché hanno vergognosamente contato come fine dei reati la chiusura della fabbrica dell’86. Invece l’amianto continua a lasciare fibre nell’aria tuttora qua fuori. L’Eternit bis ha come grado d’imputazione l’omicidio che non si prescrive e a Maggio sapremo se questo processo andrà avanti o no. Io direi che è palese che debba andare avanti perché l’accusa è palesemente diversa ma visti i precedenti non starei tranquillo. A breve sapremo cosa succederà a questo paese.

 

Intervista a cura di Laura Santelli

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