INTO PARADISO di Paola Randi (2010)

, Opere Prime

«I morti stanno tranquilli, sono i vivi il vero problema». È questa la massima che scandisce la vita di Alfonso D’Onofrio (Gianfelice Imparato), un timido e irresoluto ricercatore universitario, vittima degli eventi che tessono la trama di Into Paradiso, preziosa opera prima della regista Paola Randi, presentata nella sezione Controcampo italiano alla 67ª Mostra del Cinema di Venezia, e uscita nelle nostre sale nel febbraio del 2011.

Il film, prodotto da Fabrizio Mosca con Acaba Produzioni e distribuito da Cinecittà Luce, intreccia abilmente le storie di due uomini con vite dissimili, ma con un desiderio comune, l’aspettativa di una vita migliore, o per lo meno “stabile”.

Gayan Pereira (Saman Anthony) è un ex campione di cricket che, giunto a Napoli, contro ogni sua aspettativa, si ritrova a doversi ritagliare un ruolo da domestico. Mentre il sopracitato D’Onofrio, dopo il licenziamento, su suggerimento dell’amico Colasanti (Gianni Ferreri), si rivolge, alla ricerca di una raccomandazione, a quello che dovrebbe essere un compagno di vecchia data, il politico Vincenzo Cacace (Peppe Servillo).

Una richiesta che gli porterà più guai che guadagni, trovandosi per uno scambio di favori nel bel mezzo di un agguato, suscitando così i sospetti del bizzarro boss Don Fefè, che ne ordina l’omicidio proprio “all’amico Cacace”.

Alfonso si rifugia in un grande stabile, interamente popolato da singalesi, ed è proprio lì che sta per morire per mano di Cacace, ma si salva grazie al tempestivo aiuto della “fortuna” prima e di Gayan Pereira dopo.

Nasce così una storia di amicizia e solidarietà, che porterà i due uomini a confrontarsi con i loro desideri, ma anche con le loro fragilità e debolezze, conducendoli alla scoperta e alla consapevolezza di possedere una forza e un coraggio interiori di cui, all’inizio del film, i protagonisti erano sprovvisti.

Nel guardare questo film, si ha l’impressione che tutto funzioni al meglio. Le interpretazioni degli attori sono impeccabili. La coppia Imparato/Servillo si sposa benissimo sullo schermo. L’uno risulta essere l’antitesi dell’altro. Questo grazie anche alla scrittura dei personaggi, rifiniti alla perfezione, espressione di vite “reali” che esistono antecedentemente alla loro comparsa sullo schermo.

La sceneggiatura è un tappeto perfetto, sul quale possono “posarsi” le storie dei protagonisti. Ogni scena rappresenta una piccola svolta, conducendoci a un finale tanto desiderato quanto commovente. Su tutto questo agisce una regia ispirata, che non sembra appartenere a un’opera prima.

La regista, infatti, si muove con grande abilità tra il registro drammatico e quello ironico. Tocca svariati temi, da quelli sociali, come la multiculturalità, il precariato, la politica, la criminalità, a quelli interiori. Il tutto passa sotto uno sguardo originale, donandoci brevi “sprazzi” di surrealtà, che alleggeriscono la narrazione e ci regalano veri e propri momenti di poesia filmica (vedi la scena delle lanterne cinesi, ineccepibile connubio di fotografia e scenografia).

La Napoli raccontata è una città reale, colorata sì, però mai banalizzata, lontana dai cliché a cui siamo abituati nel vederla rappresentata.

Nel concludere mi sento di dire che una simile opera prima può solo far bene al pubblico e al cinema italiano, che viene onorevolmente rappresentato nella sua caratteristica peculiare, ossia nel connubio di dramma e commedia.

di Antimo Campanile