I PRIMI DELLA LISTA di Roan Johnson (2011)

, Opere Prime

“Sembra incredibile ma è una storia vera”. Recita così la tagline de I primi della lista, film d’esordio di Roan Johnson, prodotto dalla Palomar e dall’Urania Pictures. Io quasi quasi avrei intitolato così il film stesso. Invece, mi limito ad aggiungere “…trattandosi peraltro di una storia tutta italiana: e come potrebbe essere altrimenti?”.

Il soggetto, scritto da Renzo Lulli (detto il Lulli nel film) e ambientato negli anni ’70, narra di tre giovani ragazzi, musicisti e appartenenti alla sinistra extraparlamentare, che decidono di scappare dall’Italia, superando il confine, perché convinti – da una telefonata anonima ricevuta in un afoso pomeriggio estivo – che in Italia stia per scoppiare un colpo di stato da parte dei fascisti. Questi tragici eroi da fumetti Marvel si chiamano nella realtà filmica e non, Pino Masi detto il Masi (interpretato da Claudio Santamaria), Fabio Gismondi (Paolo Cioni) e il Lulli appunto, a cui presta il volto Francesco Turbanti.

Inutile dire che il colpo di Stato non solo non è mai avvenuto, ma che in quell’anno, nonostante si vivesse un periodo storico incerto, respirando l’ebbrezza dell’ondata sessantottina proveniente dagli States, e attraversando una situazione di stallo come un aeroplano in fase di acrobazia, tra paranoie e ingenuità, era quasi impensabile potesse accadere una cosa simile.

E ancora più impensabile era credere che degli italiani si potessero presentare in Svizzera chiedendo asilo politico per il golpe che stava avvenendo in Italia «proprio in questo preciso istante!», come afferma il Masi. Quando invece, guardando bene il calendario, si poteva leggere a chiare lettere e inchiostro rosso “2 giugno”, spiegando così tutti quei militari lungo la strada verso la frontiera. A Roma si festeggia, non si combatte. Adesso potete benissimo capire il perché di quel “sembra incredibile ma è una storia vera”.

«Prendiamo la macchina del Lulli e si va verso il confine. Se il golpe non c’è, s’è fatta una gita» dice il Masi, il trascinatore della Pisa di quegli anni, a cui gli altri due ragazzi portano un rispetto da corpo dei marines e che trattano come il guru Bill Django.

Il Masi s’è preso una cicatrice sul petto, il Masi ha cantato a Parigi, il Masi ha cantato davanti a mille persone. Questa è l’ingenuità e, forse, anche un po’ l’italianità che ci avvolge tutti, rendendoci unici, speciali e leggermente burloni agli occhi degli altri.

Ma tutto ciò rappresenta anche la forza stessa della messa in scena orchestrata da Roan Johnson, che ci spinge come bambini sull’altalena, tra la brezza della salita con le scene comico-surreali, e la paura della discesa con situazioni assurde in cui si rimane increduli riguardo la veridicità della storia narrata.

Che poi, a pensarci bene, il tempo sistema sempre tutto, o quasi, perché tanto ingiustificata questa fuga non era, se teniamo conto che qualche mese più tardi, in Italia, ci fu davvero un tentativo di golpe, ad opera di J. Valerio Borghese. Ed è proprio quando l’aeroplano raggiunge il picco massimo di stallo, superando per alcuni millesimi di secondo la forza di gravità che sorregge pianeti e costellazioni, che inizia la discesa, dove lo stomaco si dilata e dove crediamo a tutto quello che abbiamo visto durante la visione del film, concludendo che tutto sommato “ci poteva anche stare”.

Sulle note di Quello che non ho di De André, appena dopo la discesa senza fiato, si riprende il controllo alzando i comandi e guardando questi bravissimi attori e personaggi suonare un vero e proprio inno, attraverso il quale la nostra coscienza riprende consapevolezza di chi siamo e della bellezza di essere italiani e vivere in Italia.

di Simone Corallini