Un omaggio a Paolo Villaggio

Nel 1976, commentando il personaggio di Calimero, nato dalla penna dei fratelli Pagot, scriveva Umberto Eco: «Calimero è ormai andato al di là del semplice richiamo pubblicitario. Al punto che, invitati a definire la categoria zoologica (pulcino, anatroccolo, uccellino?), alcuni bambini hanno risposto: “È un calimero” con la minuscola. Quando un personaggio genera un nome comune, ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda» e ora, si può dire, anche un Fantozzi.

Dopo essere stato a più riprese consumato nel lessico comune, il termine “fantozziano” è entrato ufficialmente nella lingua italiana. Recita la suddetta voce del Dizionario Treccani: «Di persona, impacciato e servile coi superiori. Anche, di accadimento penoso e ridicolo».

Il 30 giugno dello scorso anno, però, è emersa a sorpresa una nuova rilettura che, per quanto attinente, dilata e amplifica quanto su precisato. Si tratta di un’interpretazione illustre, dal momento che viene da chi ha coniato la stessa locuzione: «Che significa “fantozziano?”», spiegava Paolo Villaggio ai microfoni di Fanpage.it, «Significa ciò che compensa la tua vita, quello che non hai fatto, quello che non sei riuscito a vivere, per quale motivo tu sei povero, ma sei quasi orgoglioso di esserlo».

Siamo, quindi, ben oltre l’essere guitti, servili e subire situazioni mostruosamente equivoche. Sì, “fantozziano” vuol dire molto altro. È un concetto poliedrico, che allude a più modi di vivere, di comportarsi e adattarsi. Chiama a sé sempre più interpretazioni. Esattamente come sarà difficile trovare un modo univoco per tradurre il “fantozziano”, risulterà altresì complesso capire a fondo chi sia stato Paolo Villaggio e, tanto più, cosa abbia significato per la nostra cultura.

Mattatore teatrale, caratterista, scrittore, opinionista sagace, a tratti anche feroce, e soprattutto un grande pensatore. Forse, volendo scomodare un’iperbole, figura a lui cara, una delle menti italiani più profetiche e lungimiranti del XX secolo. Cresciuto sulla cresta della commedia all’italiana, da cui fu in certo senso adottato, vista anche la sua partecipazione al seguito de L’armata Brancaleone di Mario Monicelli (Brancaleone alla crociate -1970-), Villaggio apprese la lezione dei suoi ipotetici “padri spirituali”, ampliandone l’esperienza e la messa in scena. 

Attingendo anche lui a quelli che erano i vizi e le virtù dell’Italia del boom economico, trasfigurò la rappresentazione tradizionale.
Non capovolse certo la commedia in comicità, visto che grazie ai degni predecessori alla Totò quest’ultima era già di casa, ma ne elaborò un nuovo linguaggio. Un linguaggio verace, corrosivo, duro, diretto ed esasperante.

Il tutto alla stregua del mondo e dei personaggi che andava a raccontare. Chi nella propria vita non è mai stato un Fantozzi? Chi non ha mai interagito con un Giandomenico Fracchia, spavaldo e tracotante coi suoi pari, remissivo e supplichevole verso i potenti? Chi a proprio modo non è stato un «punto di riferimento verso il basso», ma ciononostante ha avuto delle piccole gioie quotidiane, che animavano un malinconico barlume di speranza?

La vita ordinaria e straziante da impiegato potrebbe stranamente trovar sollievo anche in uno sguardo, quello di tua moglie magari (pur avendo i capelli color topo). Guardandoti estasiata potrebbe arrivare anche a dirti: «Ti stimo moltissimo» e tu ti sentiresti comunque amato. Senza considerare che il lavoro è duro, certo, ma potrebbe decisamente andar peggio, dal momento che appartieni alla «classe meno abbiente» e non sei un volgare «schivo, un morto di fame».

Questa è la quintessenza della comicità alla Villaggio: un paradosso grottesco, irriverente e surreale che sa, però, stare coi piedi per terra. Che nasce dalla realtà, sapendo di appartenerne. Non c’è da stupirsi per cui se negli anni sorsero paralleli illustri tra l’opera letteraria Fantozzi (1971), oltre che i romanzi e gli scritti successivi dell’autore ligure, e Gogol’ e Čechov. Paragoni iperbolici anche qui, ma che forse hanno trovato maggior conferma nel tempo. Tracciare un excursus sul personaggio, l’artista e l’uomo Villaggio è assai arduo. 

Noi ci limitiamo a ricordarlo e onorarlo come uno dei più grandi protagonisti dello spettacolo dal dopoguerra in avanti, con l’augurio che ora, accodandoci al saluto della figlia Elisabetta rilasciato ieri sui social, sia davvero «libero di volare». Potremmo quasi immaginarlo andar via lungo un binario, preso ancora dallo scrutarci col suo sguardo vigile e al contempo affettuoso, mentre il mondo fuori dal finestrino scorre celere.

Anche perché forse, alla fin dei conti, da temere c’è ben poco: «Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà», recitava il tema del piccolo Raffaele in Io speriamo che me la cavo (1992), «i buoni rideranno e i cattivi piangeranno. Quelli del purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono, i bambini del limbo diventeranno farfalle e io, speriamo che me la cavo».

di Francesco Milo Cordeschi