ANIMAL KINGDOM di David Michôd (2010)

Ogni città, ogni paese ha la sua criminalità e porta con sé lo stesso volto: quello dei giovani. Ragazzi che nell’affermazione di sé prendono strade parallele, controverse fino a perdersi e diventare strumento di violenza per altri.

Questo film potrebbe essere associato al nostro Gomorra per la modalità di racconto, a tratti documentaristica, a tratti di finzione, con cui si denuncia un sistema malavitoso nel quale i protagonisti perdono ogni tratto di umanità, diventando più simili agli animali.

Animal Kingdom (o si potrebbe anche dire, regno della jungla) è la parabola di quella parte di società nella quale non esistono regole e vince chi è più forte. Chiunque sia debole o si adegua o viene schiacciato. Questo capita a J, un giovane australiano che, rimasto solo in seguito alla morte della madre per overdose, viene accolto dalla nonna e dalla sua famiglia criminale in lotta contro la polizia di Melbourne. Tra vendette e processi pilotati, il ragazzo verrà introdotto nei loro affari e, conseguentemente, la sua innocenza sarà distrutta.

Se da una parte, come suggerisce il passato da reporter del regista, il film vuole denunciare lo stato di degrado di una parte della società, dall’altra parte i personaggi stessi sono una contraddizione. Né buoni né totalmente cattivi, ma umani pieni d’inquietudine e voglia di trovare il loro posto nel mondo.

Soprattutto J mostra nel film questa forte voglia di affermarsi e di trovare sé stesso, finendo in un circolo di violenza da cui è difficile uscire. Un percorso di formazione da adolescente a uomo, ma anche un viaggio in un mondo popolato da bestie, interpretate da attori magistrali che dimostrano ancora una volta il talento della recitazione made in Australia.

Il regista s’insinua con la camera tra queste bestie, talvolta assecondandole, talvolta mettendosi a debita distanza per mostrare al pubblico una realtà cruda ma reale. A chiudere in bellezza questa cornice è la fotografia che mitizza e, al tempo stesso, ingabbia i personaggi in un’ombra sottile e costante.

Un mix di Gomorra, Polanski e Cronenberg con un’atmosfera ansiosa, torbida e lenta, che ha avuto la sua consacrazione al Sundance Film Festival 2010, dov’è stato premiato come Miglior Film Straniero. Un’ottima prima prova d’autore, che ha aperto la strada a una ricca produzione cinematografica australiana e neozelandese.

di Laura Santelli