La fortuna del condividere: la vera sfida del duo registico

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Una delle dinamiche che, negli anni, ha destato maggior curiosità da parte di critica e pubblico è senz’altro la doppia regia. Se non si tratta di un’opera collettiva strutturata a episodi, com’è possibile orchestrare un film in due? Come si arriva a coniugare in un unico taglio registico due punti di vista potenzialmente trasversali?

Sono questi, senz’altro, gli interrogativi che hanno pervaso, e tuttora pervadono, la mente degli spettatori e non solo. Interrogativi che trovano addirittura le loro radici già nei primordi della settima arte (due a caso, i fratelli Lumière). Viste, inoltre, le possibili difficoltà di matrice produttiva – logistica, a cui possono andare incontro autori esordienti, sembra sempre più improbabile saper dare una risposta univoca.

Forse l’unica ad oggi che sappiamo trovare attinge all’ultima intervista della coppia Fabio & Fabio (Guaglione e Resinaro), autori di Mine (2015), rilasciata sul secondonumero cartaceo di Opere Prime. Il film in questione, come sappiamo, ha avuto ad oggi una notevole risonanza sul piano italiano e internazionale: si rivendica addirittura una new wave generazionale di registi, votata alla riscoperta del cinema di genere, di cui per ovvi meriti fanno parte anche Rovere, Mainetti e Sibilia.

Alla domanda «Quanto è difficile esordire?», specie con un progetto così ambizioso, Resinaro ha replicato: «Mine nasce da una strategia: abbiamo elaborato una storia che non richiedesse ingenti capitali, partisse da un concept forte e unico, stuzzicasse produttori e distributori, e potesse convincere un attore americano affermato a mettersi in gioco con due registi italiani esordienti».

E ancora, parlando della nuova onda generazionale di cineasti: «C’è un pubblico che risponde a questo tipo di prodotti. Film con un cuore d’autore che adottano il codice del cinema di genere. Ora sta al coraggio di distributori e produttori far sì che questa nuova onda diventi un bell’oceano».

 

Ciò che, quindi, si evince da questi interventi è sicuramente una condivisione ben solida di prospettive e intenti. Una sinergia che chiama, anzitutto, in causa l’efficacia del concept, cioè ciò che si vuole raccontare, e l’aspirazione del prodotto, ossia a chi si sta rivolgendo e su che scala. Parliamo per cui di una complementarietà che agisce principalmente sugli aspetti produttivi, commerciali e diegetici (relativi al soggetto in sé).

 

Cosa ne è a questo punto dello stile? Sulla base dei propositi sopraelencati, com’è possibile incanalare un film sotto un’unica firma? Teoricamente l’unico sistema con cui questo possa avvenire è rendere consequenziale l’intento. O meglio, far sì che il gusto e l’occhio, che si vogliono restituire alla pellicola, siano frutto di un obiettivo comune.

Non è tanto il raccontare una storia, quanto il come volerla raccontare la vera sfida: se è un duro principio per il singolo regista, viene da pensare che per chi lavora in coppia sia peggio. Orbene, non vi è alcuna spiegazione più plausibile del sodalizio.

Nel caso specifico di Guaglione e Resinaro, si parla di un legame che nasce addirittura sui banchi di un liceo scientifico milanese (il Primo Levi, dove svilupparono assieme i loro primi corti sperimentali, servendosi di una semplice macchina miniDV).

Prendendo altri esempi recenti, possiamo constatare come Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, autori dell’ultimo Sicilian Ghost Story, siano arrivati a dar seguito ad una lunga collaborazione sorta a Torino, quando ancora erano studenti prossimi a trasferirsi a Roma. Una collaborazione che ha fruttato loro ampi riconoscimenti, due su tutti il Grand Prix e il Prix Révélation ottenuti alla Semaine de la Critique di Cannes 2013 per la loro opera prima, Salvo.

Dinamiche che, andando più a ritroso, trovano conferma nei casi limite e, spesso, negli autori più illustri del nostro cinema: dai Taviani fino ai Manetti. Senza chiaramente nulla togliere agli esempi più fulgidi sul campo internazionale (Coen, sorelle Wachowski, Larrieu etc.). Insomma, più che una sfida sembra quasi più consono parlare di fortuna: d’altronde non è esattamente da tutti, specie nel cinema, saper trovare un compagno di strada con cui spartire un’idea ben precisa di arte e, spesso, anche di vita.

di Francesco Milo Cordeschi