Dopo l’opera prima: il caso de “Il contagio” di Botrugno-Coluccini

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Da quando l’attività cinematografica è alla portata di tutti, sono diventate innumerevoli le occasioni che ogni giovane autore ha a disposizione per dar vita alle proprie idee: contest e festival danno spazio a chi un tempo non riusciva ad esprimersi con la settima arte.

A prima vista possiamo dire che la situazione sia piena di opportunità per chi vuole avventurarsi nel mondo del cinema. Ma dopo l’opera prima, grande scoglio che tutti gli autori sognano di varcare per uscire dall’ombra dell’anonimato, è possibile in Italia forgiare una solida carriera cinematografica che non sia scandita dai lunghi tempi che, giustamente, la prima lavorazione ha portato via?

A volte i tempi possono essere ancora più lunghi. È proprio quello che è accaduto a Matteo Botrugno e Daniele Coluccini nella creazione del loro secondo film Il contagio, tratto dall’omonimo romanzo Premio Strega di Walter Siti, dopo l’esordio con Et in terra pax.

In più interviste hanno confermato le difficoltà produttive incontrate nella loro opera prima, colmate dal buon lavoro fatto da Kimerafilm e Settembrini Film (Simone Isola e Gianluca Arcopinto) e da tutto lo staff che ha rinunciato a un ingaggio vero e proprio, diventando soci del progetto.

Dal loro ultimo cortometraggio (Sisifo, 2008) ci sono voluti circa due anni per dare vita a Et in terra pax, distribuito nel 2011. Per Il contagio i tempi si sono dilatati ulteriormente: i registi hanno annunciato l’inizio del lavoro sulla sceneggiatura nel dicembre 2014 e la fine delle riprese solo ad aprile 2017.

La motivazione? Ovviamente ragioni produttive: dopo aver completato la sceneggiatura nel 2015, il progetto è rimasto chiuso nel cassetto per ben due anni e l’hanno ritirato fuori solo dopo aver avuto il sostegno di Arcopinto e Isola, i produttori della loro opera prima, e anche di Rai Cinema, aiuto indispensabile per arrivare ai finanziamenti ministeriali.

All’orizzonte di questo oblio burocratico abbiamo la nuova Legge Cinema, approvata alla fine del 2016, ma in attesa dei decreti attuativi per essere messa in funzione. La nota positiva è che ci saranno più soldi (400 milioni di euro annui), ma la domanda è: come verranno ripartiti?

Il ministro dei beni culturali Dario Franceschini, in un’intervista durante il Festival di Cannes di quest’anno, ha annunciato che l’iter per i primi sei decreti attuativi è concluso e, prima della pausa estiva, saranno completati anche gli altri.

Non ci resta che aspettare per capire meglio come il governo voglia migliorare e rendere più efficace un settore che è sempre stato il fiore all’occhiello di questa nazione, ma con il tempo si sta sgretolando sempre più.

L’ipotesi migliore è quella di guardare il più lontano possibile, imparando dal passato senza subirlo passivamente, in un sistema che oramai non va più: un loop di opere cinematografiche che girano sempre uguali come un disco rotto. Fidarsi dei ragazzi, delle loro idee innovative che, seppure all’apparenza bizzarre o poco “convenienti”, sono gli esperimenti che forgeranno il futuro, quello stesso futuro che spetta loro di diritto.

di Davide Torriero Pompa