Da “Badlands” a “Song to Song”, viaggio nel cinema di Terrence Malick

Song to Song, ultima fatica del regista Terrence Malick, è stata molto discussa per aver suscitato pareri a dir poco contrastanti: c’è chi inneggia al capolavoro, mentre i detrattori lo definiscono un mero esercizio di stile, ormai lontano dalle sue prime opere. Il film, in realtà, presenta molte analogie tematiche con la sua pellicola d’esordio, La rabbia giovane (Badlands).

Quest’ultima racconta le vicende di due giovani amanti, Kit e Holly, le cui vite s’intrecciano tragicamente, innescando una catena di efferati omicidi che segna il loro cammino attraverso il South Dakota. Tutt’altra impostazione ha, invece, Song to Song, girato in Texas, in occasione del festival musicale Austin City Limits del 2012.

Dalla piccola borghesia di provincia de La Rabbia Giovane, Malick ci trascina dunque in un caos di luci, suoni e colori. Ci ritroviamo così nella scintillante cornice delle lussuose abitazioni di Cook, un agente discografico privo di scrupoli che irretisce la sua giovane assistente Faye, promettendole il successo come cantautrice.

Niente di più diverso in apparenza, anche se i protagonisti delle due pellicole, a un secondo sguardo, risultano incredibilmente simili: Cook e Kit sono due creature rapaci, che distruggono la vita intorno a loro senza alcuna pietà, quasi come se si trattasse di un gioco. Certo, Cook non si macchia di alcun delitto, ma annienta la vita altrui, da quella di Faye e del suo fidanzato BV fino alla distruzione della sua giovane moglie, la cui anima si spegne come una fugace fiamma di candela.

Sia Cook sia Kit se vogliono qualcosa se la prendono, senza troppi complimenti: il primo con il fascino subdolo del potere, il secondo con la violenza. E chi subisce sono le donne, che si trovano “contaminate”; o forse semplicemente “messe a nudo” dalla straripante energia vitale dei due personaggi, che con la loro voracità le spogliano di ogni convenzione mostrando il germe del male già radicato in loro.

Fondamentale in entrambi i film è, poi, la natura, indiscussa protagonista delle opere di Malick. Nel suo esordio tutto sembra evocare il fuoco, una potenza dirompente e distruttiva,  mentre nella sua ultima opera dedica immagini incredibilmente evocative all’acqua, simbolo di vita e morte al tempo stesso.

Ed è proprio la natura il luogo mistico a cui tutti i personaggi si aggrappano disperatamente. Immagini di vasti campi, erba che ondeggia nel vento e cieli azzurri caratterizzano entrambi i film. E qui, in questa immensità, pare che tutti i protagonisti giungano alla pace interiore, cullandosi nell’illusione di aver ritrovato un’innocenza ormai irrimediabilmente perduta.

di Giulia Losi