DOPO LA GUERRA di Annarita Zambrano (2017)

, Opere Prime

Dopo la guerra di Annarita Zambrano, presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, racconta la storia di Marco, ex terrorista condannato per omicidio e ormai da tempo emigrato in Francia. L’uomo, vedendo nuovamente profilarsi all’orizzonte la minaccia dell’estradizione, prepara la fuga all’estero, assieme alla figlia adolescente, Viola. Alla sua storia s’intrecciano le vicende legate ai suoi familiari rimasti in Italia, con cui ha troncato ogni rapporto, ma che si vedranno ugualmente coinvolti e travolti dalle pesanti polemiche e contestazioni riesplose in patria.

L’esordio della Zambrano è incentrato sul tema della colpa, fardello apparentemente inespiabile che si tramanda di generazione in generazione, arrivando a gravare anche sulle spalle di chi non c’era, di chi quell’epoca non l’ha vissuta, ma si è ritrovato soltanto a vivere le conseguenze delle azioni altrui. La stessa regista, parlando degli anni del terrorismo italiano, riecheggiati nel suo film, afferma «essendo nata nel ’72, non ne ho fatto esperienza diretta, ne ho solo percepito l’atmosfera nell’infanzia e nell’adolescenza». Un’atmosfera greve, testimonianza di un passato destinato a ritornare perché mai davvero elaborato né tantomeno superato.

Continua la Zambrano, «la verità è che gli attentati facevano parte della nostra vita, anche se non avevamo l’età per capire precisamente cosa stava succedendo. Poi, negli anni successivi, quando abbiamo capito, era troppo tardi. Tutto era stato già deciso, già combattuto, già sbagliato, già perso. Ho sempre pensato che, come conseguenza, quegli anni bui abbiano generato in Italia un completo rifiuto dell’impegno politico, il trionfo dell’edonismo, la corruzione, fino agli anni di Berlusconi. In un certo senso, tutti gli ideali, giusti o sbagliati che fossero, erano bruciati negli attentati terroristici. A noi restava la cenere, o l’eroina che aveva invaso l’Italia dei primi anni ’80».

Ad indossare i panni del protagonista c’è Giuseppe Battiston, che la Zambrano ha dichiarato di aver scelto perché cercava «un fisico con i segni della vita vissuta, un uomo imponente che occupasse tutto lo spazio moralmente e fisicamente», schivando «il cliché del bel ragazzo con la barba, moro, attraente, alla Che Guevara». E la scelta si è dimostrata estremamente efficace, così come quella di Barbora Bobulova che, regalandoci un’interpretazione intensa e tormentata, veste i panni della sorella di Marco. Ad interpretare la figlia Viola, invece, c’è Charlotte Cétaire, una talentuosa diciottenne che sogna, però, la carriera da ballerina più che quella da attrice.

Nel rapporto tra Marco e Viola, in particolare, emerge una tematica molto significativa del film. Il loro è un rapporto generazionale profondo e veritiero, che mette a confronto gli ideali imprescindibili di una generazione talmente fiera e ancorata alle proprie posizioni da rasentare, a volte, l’ottusità (come avviene in tutti gli estremismi) e la freschezza curiosa di chi, invece, ha ancora tutta la vita davanti e un mondo da scoprire, ma si ritrova ad affondare in un gorgo di sabbie mobili creato da altri. L’affetto tra i due è innegabile, ma è innegabile anche l’impossibilità di conciliare i loro opposti punti di vista e, nel confronto tra questi, capiamo quanto la verità e la ragione non siano concetti univoci, bensì punti di vista estremamente interpretabili e relativi.

Di eccezionale potenza, a tal proposito, è l’incontro/scontro dialogico tra Marco e la giornalista venuta in visita nel loro nascondiglio per cercare di comprendere le ragioni storiche e ideologiche di quanto avvenuto e affrontare quelle famose conseguenze con cui nessuno vuole fare i conti. In quel botta e risposta viene esplicitato tutto il denso magma di significati che si nasconde dietro ai silenzi e ai ricordi dei personaggi. Vecchie ferite si riaprono e risulta lampante quanto le azioni del singolo abbiano un’inevitabile ricaduta sulla collettività e quanto urga, prima o poi, fare necessariamente i conti con questa ricaduta, non soltanto politica e sociale, ma anche emotiva.

La Zambrano, che ha già avuto modo di farsi conoscere attraverso i suoi corti, selezionati a Berlino, Venezia e Cannes, si prende i suoi tempi e i suoi spazi, dilatando il racconto e seguendo gli attori nei loro gesti, nelle loro espressioni, soffermandosi sull’atmosfera emotiva che circonda ciascun personaggio e assecondandone il ritmo nell’evolversi della narrazione.

Prodotto da Sensito Films, Cinéma Defacto, Movimento Film e Nexus Factory, Dopo la guerra sarà distribuito da I Wonder Pictures. E noi di Opere Prime vi invitiamo a vederlo per accostarvi a un cinema delicato e tagliente al tempo stesso, un cinema di sofferente e complessa riflessione sociale, ma anche di dolente umanità.

di Camilla Di Spirito