SANGUE – LA MORTE NON ESISTE di Libero De Rienzo (2005)

, Opere Prime

«Ci dev’essere un posto in cui non si ha paura!?». Queste parole chiudono, nel modo più tragico possibile, Sangue – La morte non esiste, ambizioso esordio alla regia di Libero De Rienzo, riassumendone le tematiche. La storia segue il peregrinare di Stella (Emanuela Barilozzi) e di suo fratello Iuri (Elio Germano), personaggi segnati da un passato traumatico, che ha come conseguenza più prevedibile la fuga.

Fuga che Stella, giovane ballerina, vorrebbe intraprendere per allontanarsi dallo spettro della madre defunta e da un padre ingombrante. Ma che non mette in atto, frenata dal rapporto morboso, fino all’incesto, con Iuri.

Con il procedere degli eventi, il film perde la logica descrittiva della prima parte, e diventa sempre più sincopato, quasi a voler ricalcare le atmosfere lisergiche di William S. Burroughs. Attraverso una narrazione a blocchi, si passa da una mostra d’arte contemporanea fino a un incontro con una pusher eterea.

Dopo uno scambio di hashish, Iuri e Stella giungono in un capannone abbandonato, attrezzato per ospitare un rave party. Qui conosceranno lo sbandato Bruno, che si unirà a loro, dopo una rocambolesca fuga da un posto di blocco.

L’ultima parte del film, “Epilogo Comico”, si svolge in una chiesa, ed è il velo di Maya che nasconde il velleitarismo e il giovanilismo di questo progetto. Infatti, durante tutto il film, si apprende dai vari media la tragica notizia della morte di una ragazza, per un affare di droga, e il successivo suicidio del padre carabiniere.

De Rienzo, per evidenziare l’angoscia e il terrore di Iuri, gli fa tenere un sermone davanti a una folta schiera di gendarmi ed ecclesiastici, radunata al funerale dei due defunti. Purtroppo, il tentativo di usare il personaggio di Elio Germano come simbolo di un’intera generazione, risulta fin troppo ridondante e didascalico.

L’autore adotta un approccio stilistico e narrativo diverso in ognuno dei tre atti che scandiscono il film. Le sperimentazioni visive e sonore abbondano, e a volte la fluidità del racconto ne risente. Sebbene le premesse facessero ben sperare, il risultato delude e non riesce neanche a catturare una benevola simpatia, a causa dell’ostentata vena blasé che percorre tutto il film.

di Simone Romano