MOLOCH di Stefano P. Testa (2016)

, Opere Prime

Roberto è un uomo di circa sessant’anni, che ha vissuto una vita intensa e piena di esperienze, emozioni e delusioni, che racconta con estrema naturalezza al regista Stefano P. Testa in una sorta di dialogo privato, non realmente tale però perché il regista riprende l’interlocutore con una telecamera, anche se non ne mostra mai il volto.

Roberto così ha l’opportunità di raccontare tutta la sua vita, dall’infanzia alla gioventù, le sue passioni, il rapporto con sua moglie Nadia e i loro viaggi, il rimpianto di non aver avuto un figlio, il dolore per la scomparsa della donna da lui così tanto amata.

Un flusso continuo di riflessioni non solo personali ma anche generazionali, dette con semplicità spiazzante e con parole che però pesano come macigni. Roberto è un uomo anticonformista, che si è sempre posto contro la visione e la morale chiuse, tipiche dell’ambiente provinciale in cui vive.

Roberto non è mai caduto e mai cadrà schiavo della morale cattolica, contadina o piccolo borghese di cui invece sembra impregnata la provincia bergamasca. E per sottolineare ancor di più la sua “non appartenenza” e l’orgoglio che deriva da questa sua scelta, il regista, appassionato di foundfootage, alterna ai racconti di Roberto spezzoni di VHS ritrovate in una discarica che mostrano scene private, momenti di vita di persone sconosciute che vivevano anch’esse nella provincia di Bergamo, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, conducendo esistenze all’opposto di quella di Roberto.

Strutturato in un racconto di undici capitoli, Moloch è come una ricerca in quel che rimane di un certo periodo della storia, all’apparenza così distante e remoto, ma che invece mostra perfettamente quella che è ancora oggi la vita ordinaria di provincia, una vita fatta di feste domenicali, matrimoni, viaggi organizzati in posti lontani ed esotici, partite all’oratorio e pranzi con i parenti.

Immagini di generazioni che (ri)vivono le vite di altre generazioni precedenti, o persone che vivono vite incredibilmente sempre uguali, anche quando sono totalmente diverse. Come una sorta di destino segnato o, come dice lo stesso Roberto, come un ciclo continuo della vita che si conclude sempre con lo stesso passaggio, il riciclo.

Ed è questo Moloch, il mostro da cui deriva il titolo del documentario e a cui fa riferimento Roberto citando Allen Ginsberg, la rappresentazione del sistema in cui viviamo, un mostro che divora e fagocita tutto e tutti, che appiana tutte le differenze, una macchina a ciclo continuo da cui nessuno di noi può scendere, che tutto cannibalizza e ricicla.

Tutto si ripete. Moloch è un film che emoziona in maniera inaspettata e lo fa con estrema naturalezza e semplicità. Le emozioni derivano dall’uso incredibilmente abile della miscela tra la potenza delle parole di Roberto, combinata insieme alla forza delle immagini. Immagini del passato dimenticate e scartate, quasi casuali che però continuano a “parlare” anche nel/del presente.

di Beatrice Bosotti