Oltre l’opera prima. Fino a quando è possibile parlare di “giovani promesse”?

Spesso, in articoli o durante festival, si sente parlare di “giovani promesse”. Ma, se per “esordiente” s’intende un autore alle prime armi, dedito a realizzare la sua opera prima (lungo o corto che sia), che cosa s’intende per “giovane promessa”? E soprattutto, cosa definisce tale un cineasta e quali caratteristiche ci suggerirebbero la sua eventuale affermazione?

Riflettere sui percorsi di molti apprezzati registi, che negli ultimi anni sono stati appunto definiti “giovani promesse”, ci può aiutare a far chiarezza.

Prendiamo l’esempio più noto dell’ultimo biennio: dopo l’impressionante successo riscosso dal suo Lo chiamavano Jeeg Robot (2016), Gabriele Mainetti è stato promosso da autore esordiente a grande rivelazione. In un precedente articolo parlavamo dell’importanza di saper creare e coltivare un proprio pubblico di riferimento.

Il sodalizio col brillante sceneggiatore Nicola Guaglianone, fresco vincitore del David di Donatello per Indivisibili, ha portato negli anni Mainetti ad esprimere una propria idea di cinema: Basette (2008), Tiger Boy (2012) e Jeeg Robot sono tutte opere ancorate a un unico leitmotiv che, attingendo a dinamiche poco convenzionali, hanno saputo rivolgersi agli spettatori.

Ne è la significativa conferma l’exploit di incassi, cui è seguito un notevole riscontro di premi e menzioni (dai David e i Nastri alla risonanza internazionale). A fronte di questo bilancio e in attesa di conoscere l’esito della sua seconda fatica, la cui prima stesura è stata da poco ultimata, è quindi ancora lecito definire Mainetti una “giovane promessa”?

Prendiamo adesso un cineasta a lui quasi coetaneo. Con Fiore (2016) il trentanovenne Claudio Giovannesi è giunto al suo terzo lungometraggio di finzione. Un film che con le sue sette candidature ai David di Donatello, di cui uno vinto da Valerio Mastandrea come migliore attore non protagonista, avvalora il prestigio di un autore che ha avuto addirittura modo di farsi conoscere a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs.

Il tutto senza considerare i diversi riconoscimenti accumulati negli anni (si può partire dal Festival di Roma, dove Alì ha gli occhi azzurri conquistò nel 2012 due premi speciali, anche come miglior opera seconda, per arrivare al Torino Film Festival del 2013, in cui il suo ultimo documentario Wolf ha trovato grandi apprezzamenti).

Al di là del prestigio che può conferire, un singolo premio è sufficiente per far affermare un autore? Serve forse dell’altro? A quanto sembra sì, visto e considerato che molti tutt’oggi continuano a parlare di Giovannesi come “promessa”.

Sotto questo profilo è interessante, oltre che irrinunciabile, analizzare gli ultimi due casi della stagione: Matteo Rovere con Veloce come il vento (2016) e Edoardo De Angelis con Indivisibili (2016).

Sappiamo bene che prima del racing movie all’italiana, che ha messo d’accordo critica e pubblico, Rovere si è reso principalmente noto come produttore: sue le firme della trionfante saga di Sidney Sibilia, Smetto quando voglio, e dell’esordio sul grande schermo dei The Pills.

Da regista, però, la sua è stata un’ascesa alquanto travagliata, dal momento che i suoi primi due lungometraggi non destarono il clamore sperato: a dispetto delle due nomine ai Nastri d’argento, Gli sfiorati (2011) incassò al primo weekend 34.000 euro, patendo la massiccia concorrenza di Posti in piedi in paradiso (2012) di Carlo Verdone.

Ci sono voluti quasi cinque anni prima che il cineasta romano potesse finalmente riassestarsi. Tre Nastri, un Ciak d’oro e ben sei David di Donatello: questi i numeri ad oggi della sua terza prova, Veloce come il vento. Una pellicola “anomala” e rivoluzionaria, che sigla senz’altro un importante solco nella carriera di Rovere, ma che forse, dati i trascorsi sopra enunciati, non è abbastanza per ritenerlo unanimemente un “autore affermato”.

Per ciò che concerne De Angelis va detto che, sebbene fin dai tempi di Mozzarella Stories (2011) ne era stato riconosciuto il talento visionario, l’autore campano ha dovuto sudare per ottenere finalmente il credito che gli spettava: Indivisibili nasce da un progetto indipendente, che ha trovato fortuna a Venezia grazie al Premio Pasinetti e non solo.

Per poter distinguere un autore emergente da uno affermato è pertanto necessario saper stimare il giusto coefficiente palmares-incassi, ponendo attenzione al percorso individuale di ciascun soggetto e, cosa forse più importante, rapportandosi alla categoria di pubblico con cui egli s’interfaccia.

di Francesco Milo Cordeschi