Intervista a Giuseppe Di Gangi direttore di produzione e docente presso la Road To Pictures Film


Intervista a Giuseppe Di Gangi direttore di produzione e docente presso la Road To Pictures Film.

– Quanto pensi che conti l’aspetto umano nella tua professione, al di là delle indispensabili capacità organizzative?

È un aspetto decisivo che conta più di quanto si possa pensare. Parliamo di un lavoro collettivo che necessariamente poggia su relazioni dove sono fondamentali il concetto di squadra, fiducia, lealtà e rispetto. Ogni lavorazione prevede la costruzione di relazioni umane molto intense, per cui anche le migliori capacità organizzative rischiano di non concretizzarsi senza l’ausilio dei valori descritti. Insomma, avere un buon carattere è un buon punto di partenza.

– Il coordinamento quotidiano delle attività produttive richiede certamente flessibilità e capacità di fronteggiare eventuali imprevisti. Quali sono le situazioni più difficili che ti sei trovato ad affrontare?

L’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ma l’esperienza e un approccio tendenzialmente maniacale nella preparazione del set tende a limitare queste possibilità. Il primo ricordo che mi viene in mente è l’organizzazione delle riprese de La grande bellezza all’Isola del Giglio, situazione logisticamente complessa per la possibilità di raggiungere il set solo via mare, la difficoltà a controllare il set, appunto il mare, la presenza di operatori subacquei e stunt, le condizioni meteo imperanti, un motoscafo di scena raro e prezioso…

– Com’è nata la tua curiosità nei confronti di questa professione e come ti sei avvicinato ad essa?

Ero e sono tuttora uno spettatore curioso e appassionato. Durante l’università, ho iniziato a lavorare nell’organizzazione di concerti a Napoli, poi ho avuto l’opportunità di partecipare come volontario alla lavorazione di alcuni cortometraggi. Mi è molto piaciuto e così ho deciso di approfondire e ho avuto l’occasione di accedere al Centro Sperimentale di Cinematografia e da lì è iniziato tutto.

– Hai lavorato con autori affermati come Sorrentino e Salvatores. Ma anche su diverse opere prime, come La ragazza del lago di Molaioli, La kryptonite nella borsa di Cotroneo e Miele della Golino. Quali sono le differenze che hai riscontrato?

Che siano autori affermati o meno, per me la grande differenza è quanto il regista ha le idee chiare sul film. In realtà, le opere prime che hai citato erano esordi di registi che avevano una lunga esperienza di set sotto altre vesti, ma comunque assolutamente consapevoli di come muoversi e di come gestire un set. La risposta, dunque, è che non si tratta solo di esperienza, per quanto sia importante, ma ancora di umanità, preparazione e abilità nel condividere una visione.

– Recentemente hai lavorato a The Young Pope, quali ritieni che siano le differenze tra il lavorare su un progetto filmico e su una lunga serialità?

La tenuta fisica e mentale! Sei, sette mesi di riprese sono decisamente toste. Il metodo, poi, è pressoché uguale per quanto la mole di informazioni da gestire sia molto superiore a quella di un film.

– Prima di salutarti, un’ultima domanda: hai mai pensato di diventare un produttore?

Sì, soprattutto agli inizi. Oggi, in realtà meno. Secondo me, per essere produttori servono talento, idee, cultura, coraggio, intraprendenza, circostanze della vita favorevoli e un po’ di follia. Non esattamente tutte mie caratteristiche, ma non ti dirò quali sono gli aspetti su cui devo crescere! Mai dire mai comunque!

Intervista presente sul nuovo numero di Opere Prime.

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