Intervista a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro registi di “Mine”

Abbiamo incontrato Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi di Mine, uno degli esordi più apprezzati dell’anno, storia di un soldato bloccato col piede su una mina antiuomo.

– Nonostante l’ambientazione da film di guerra, Mine si tramuta in un dramma psicologico, che racconta metaforicamente la stasi autoimposta dalle proprie paure. È questo il tema centrale del film e quanto è sentito da voi, in primis?  

Guaglione: Assolutamente sì, Mine è un film che parte come war movie, poi diventa thriller survivor, dramma esistenzialista e alla fine sfocia nell’onirico. Alcuni ci hanno criticato, dicendo che la metafora fosse fin troppo evidente! (ride, NdR)

Resinaro: La paura di “fare il passo” è un tema comune a tutti, anche a noi è successo. Nel momento in cui ci venne l’idea del film, eravamo proprio come Mike, “bloccati”, dopo anni a sviluppare progetti naufragati. Il mondo del cinema era il nostro campo minato.

– Quello di Mine è un progetto ambizioso. Quanto tempo ha richiesto la sua lavorazione? E, in generale, quanto è difficile esordire nel mondo del cinema oggi?

G.: L’idea ci è venuta verso la fine del 2012. Il film è stato finalizzato a gennaio 2016 ed è uscito nelle sale italiane a ottobre. Il fatto che fosse un film a basso budget, totalmente indipendente, ha reso ogni passaggio della realizzazione sofferto e complesso, ma ha anche aiutato a rendere il progetto davvero unico.

R.: È molto difficile esordire, specialmente a un certo livello. Mine nasce anche da una strategia: abbiamo elaborato una storia che non richiedesse ingenti capitali, partisse da un concept forte e unico, stuzzicasse produttori e distributori, e potesse convincere un attore americano affermato a mettersi in gioco con due registi italiani esordienti.

– Avete accostato il personaggio di Mike a Pinocchio. Potreste approfondire il paragone?

G.: Mine è concepito come una fiaba alchemica, in cui viene raccontata la trasformazione della coscienza del protagonista. Strutturando il viaggio del nostro eroe, ci siamo resi conto di quanti parallelismi si stessero creando con il capolavoro di Collodi.

R.: Mike è proprio come Pinocchio, un burattino, un soldato che non può decidere per sé stesso. Come Pinocchio, ha un conflitto con suo padre. Tommy è il Grillo Parlante e torna in vita per suggerirgli la verità. Jenny è la Fata Turchina, fa un incantesimo a Mike per proteggerlo, mentre giocano in cucina. Durante le allucinazioni, Mike viene inghiottito da una casa blu, dove incontra di nuovo suo padre. Proprio come Pinocchio ritrova Geppetto nel ventre della balena. E si potrebbe continuare. Abbiamo il Gatto e la Volpe, il campo dei Miracoli e così via.

– Armie Hammer non è stata la vostra prima scelta. Cosa vi ha fatto ricredere?

G.: All’inizio eravamo scettici. Cercavamo qualcuno di vissuto e tormentato e Armie era bello, biondo, sorridente e californiano. Fortunatamente il produttore, Peter Safran, ci disse: «Ragazzi, se questo attore è stato scelto da Clint Eastwood, Guy Ritchie e David Fincher, forse qualcosa di buono ce l’avrà.» Ci siamo sentiti stupidi e l’abbiamo incontrato.

R.: Armie è stato disponibile e umile. Ha compreso la sceneggiatura e se n’è innamorato. Per un film di questo tipo, un one-man-show, serviva qualcuno in grado di suscitare empatia con il pubblico, far emozionare, piangere e sorridere. Armie aveva tutto questo.

– Avete lavorato molto in post-produzione, arrivando anche a “cancellare” dei turisti. Altri aneddoti legati a questa fase?

G.: La post-produzione è stata lunghissima. Abbiamo girato tutto il film in 29 giorni, scegliendo di “sistemare” un sacco di cose digitalmente a posteriori. Quindi, abbiamo dovuto “cancellare” non solo turisti e aquiloni… ma anche cavi, tendaggi, microfoni e membri della troupe!

– Una curiosità. A chi è venuta in mente la fittizia “manovra Schuman”? Perché questo nome?

R.: Sono io il colpevole (ride, NdR). Ho scelto quel nome perché… risultava molto credibile. E infatti anche il consulente militare a cui abbiamo fatto leggere lo script pensava fosse vera!

– Il film è esattamente come lo volevate o avete dovuto rinunciare a qualcosa?

G.: Il confronto con la produzione è stato costruttivo. Anzi, per fortuna ci sono stati alcuni scontri. Il film ne ha giovato. Ogni tanto si è troppo dentro per avere la giusta lucidità. Però il film è sicuramente come lo volevamo. Ogni frame, ogni suono, abbiamo curato tutto.

R.: Un grosso confronto c’è stato a monte. Volevano farci girare finali multipli, ma su quello ci siamo impuntati. Per noi l’unico finale possibile era il nostro perché dava senso a tutta la storia.

– Vi conoscete dai tempi del liceo. Come si è evoluta la vostra collaborazione artistica? Sul set avete mai discusso?

G.: Siamo diametralmente opposti in tutto. Non è facile gestire questa cosa (ride, NdR). Ma penso arricchisca infinitamente quello che facciamo. Dopo tanti anni, continuiamo a discutere, ma forse c’è meno una lotta di ego.

R.: Sul set è meglio non discutere, per non perdere credibilità di fronte ai collaboratori. Però discutiamo moltissimo prima, per arrivare pronti e sapere già cosa vogliamo. A quel punto, possiamo ragionare quasi in simultanea e agire veloci e coordinati senza perder tempo.

G.: E poi torniamo a discutere in post-produzione! (ride, NdR)

– Siete intervenuti su un sito di streaming per invitare i fruitori illegali ad andare al cinema. Volete aggiungere qualcosa in merito al tema della pirateria?

G.: È un argomento complesso. Nessuno vuole fare l’integralista, ma dall’altra parte c’è una totale mancanza di coscienza di ciò che provoca lo streaming illegale a chi lavora nel cinema. C’è una costante ricerca di scuse per giustificare la propria furbizia. Almeno che si rubi in silenzio, senza negare i danni che comporta. Molti pirati fanno i coraggiosi solo perché una serie di dinamiche permette loro di rimanere impuniti. Il punto è che c’è un grosso vuoto comunicativo tra chi fa i film e chi ne fruisce. E la pirateria, per molti addetti al settore, è un argomento tabù. Invece, sarebbe meglio parlarne.

R.: Anche per questo abbiamo scelto di lavorare tanto sui contenuti extra dell’edizione home video di Mine e abbiamo chiesto a Eagle di inserire una card… quella non si può scaricare!

– Vi aspettavate che il vostro debutto suscitasse tale interesse?

R.: Forse ci speravamo all’inizio. Poi abbiamo lavorato per quasi tre anni senza contatto con nessuno di “esterno” al progetto. Parlavamo solo con la produzione, quindi non sapevamo che tipo di reazione avrebbe suscitato il film.

G.: Sicuramente non ci aspettavamo la quasi unanimità della critica e una grande reazione emotiva da parte degli spettatori. Sui social ci hanno scritto molte persone scosse nel profondo dal film.

– Si è tanto parlato di una rinascita del cinema di genere in Italia? Vi sentite parte di questa nuova onda e quali pensate possano esserne gli sviluppi?

G.: Ci piacerebbe farne parte e abbiamo visto che giornalisti e pubblico ci hanno accomunato a questa new wave. Ne siamo molto contenti, temevamo di essere visti come “quelli che vogliono fare gli americani”, ma alla fine il nostro film è scritto, diretto, musicato, montato e post-prodotto da italiani. Rivendichiamo l’italianità di Mine.


R.: I casi di Jeeg, Veloce come il vento, Gomorra, Smetto quando voglio dimostrano che c’è un pubblico che risponde a questo tipo di prodotti. Film con un cuore d’autore che adottano il codice del cinema di genere. Ora sta al coraggio di distributori e produttori far sì che questa nuova onda diventi un bell’oceano.

Intervista presente sul nuovo numero di Opere Prime.

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