DUE VITE PER CASO di Alessandro Aronadio (2010)

Accompagnando un suo amico in ospedale, per un piccolo taglio alla mano, in una notte d’aprile, Matteo tampona un’auto di poliziotti in borghese. Questi esortano i due a uscire fuori, poi li assalgono brutalmente e, infine, li portano in questura. Da quel momento la vita di Matteo, costretto a rimanere in silenzio di fronte a una tale ingiustizia, si tinge di un forte senso d’impotenza e insicurezza.

Oppure Matteo riesce a frenare giusto in tempo quella sera, a non trovarsi a dover fronteggiare un sistema etico, culturale e politico corrotto e marcio. Diventa parte del corpo dei carabinieri, ha amici diversi e così è la sua vita: totalmente diversa. Anzi, diametralmente opposta.

Echi di giganti – come Sliding Doors – vibrano all’interno della pellicola, Due vite per caso. La fotografia è discreta e, dal punto di vista cromatico, brillantemente scissa nei due filoni narrativi. Testimonianza, questa, dell’encomiabile volontà di restare addosso al personaggio di Matteo nelle sue due “versioni”. Questi gli espedienti di Aronadio per sopperire a una discontinuità dei due archi narrativi, intrecciati tra loro in modo quasi illogico, ma ben camuffato.

Tuttavia, una particolare considerazione va fatta sull’ambivalenza dell’etica e dello “schieramento” di Matteo. Basato sul racconto di Marco Bosonetto, infatti, l’esordio alla regia di Alessandro Aronadio è liberamente ispirato ai fatti accaduti al G8 di Genova nel 2001. E Matteo si trova, nelle sue due trasposizioni, in entrambe le parti coinvolte dagli spiacevoli eventi. Ci si chiede invece, se Aronadio volesse schierarsi, soprattutto in vista della cruda conclusione, con una parte o forse con nessuna.

Balducci rivela una grande adesione ai propri personaggi, sottolineando la specularità emotiva e psicologica nata dalla biforcazione. C’è però da puntualizzare un netto stacco tra i due Matteo, in quanto il primo è totalmente più debole e molto passivo rispetto al secondo, che invece ha interamente sulle proprie spalle il carico del dramma del film.

Nel cast risuona anche il nome di Isabella Ragonese che, per il suo ruolo di barista ammaliante e poi fidanzata di Matteo, conquista il Nastro d’argento come Miglior Attrice Non Protagonista.

Insomma, crogiolato all’interno di universi paralleli e spinto dall’irruente potenza del caso, l’esistenzialismo sembra essere il motore primo. Matteo è uno strumento d’indagine e denuncia silenziosa, quasi fosse rimandata allo spettatore l’ultima sentenza.

di Sofia Peroni

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