½ di Raffaele Salvaggiola (2017)

, Opere Prime

Primissimo e recentissimo lungometraggio di Raffaele Salvaggiola, scritto, sceneggiato e prodotto dallo stesso regista, ½ (mezzo) più che un film è un gioco di specchi, un’occasione rara del cinema italiano indipendente per riflettere sulle sue forze, le sue debolezze e le sue paure.

Emilio Selmani, libraio trentenne e cineasta per passione, decide, dopo una lunga serie di apprezzatissimi cortometraggi, di lanciarsi nella realizzazione di un lungo. Il suo vero, primo film. L’impegno, la dedizione, il talento dimostrati non gli sono sufficienti per ottenere l’appoggio di una casa di produzione e Selmani (come Salvaggiola) si scontra con l’ostinato mutismo di un mondo che difficilmente si apre al giovane, al nuovo. È evidente la difficoltà di farsi ascoltare, se non ci si accontenta di ripetere stancamente il già visto, se senza compromessi né angeli custodi si ha la folle pretesa di voler parlare con la propria voce.

La storia di Emilio si allontana, quindi, dai canali ufficiali, guidato dalla presenza inquietante, per non dire quasi sovrannaturale, di Marco, outsider del mondo cinematografico: venuto dal mondo e libero da qualsiasi vincolo, porterà il giovane cineasta lontano da ogni percorso già battuto alla ricerca dell’immagine autentica, vera, parlante. Anche se questo significa raschiare col coltello la piccolezza umana, anche se questo significa immergersi, a mani basse, senza risparmiare nemmeno la propria esistenza, i propri scheletri, i propri dolori.

I novanta minuti di ½ diventano così uno scambio continuo, una riflessione del cinema su se stesso, del regista sul suo ruolo, non solo come direttore di un film, ma anche come essere umano che parla ad altri esseri umani, su ciò che vale la pena dire, su ciò che siamo disposti ad ascoltare.

E se Salvaggiola paga pegno alla propria indipendenza, denunciando senza dubbio l’assenza di grandi mezzi o di una lunga esperienza, la sua pellicola non si riduce ad un pezzo di bravura, non si piega alle aspettative, non vuole spiegare niente a nessuno. Eppure riesce, con una naturalezza quasi spietata, a trovare una strada che sia personale, profonda, vera, nemmeno sfiorata dall’esigenza di piacere per forza.

Sostenuto dalla solidarietà di una catena di artisti che hanno creduto nel suo progetto, il regista lucano trova il coraggio di fare scelte insolite, ma mai fuori posto. Partendo dal bianco e nero, che non si esaurisce in una ritrita retorica esistenzialista, ma piuttosto – delicatamente – denuncia la carica autoreferenziale del film. Così che la mancanza di colore non infastidisce lo spettatore, anzi non fa altro che calarlo in un mondo che è insieme mai esistito e conosciuto da sempre (anche grazie alla profonda connessione con il tessuto cittadino di Parma, tutt’altro che neutro). E ancora la musica, volutamente esibita, volutamente straniante a sottolineare le chiavi di volta del film, a richiamare con prepotenza l’attenzione del lettore sui volti, ad accompagnare in modo se vogliamo didascalico, ma mai grezzo, una fotografia di altissimo livello.

È chiaro che un progetto tanto coraggioso non avrebbe potuto prescindere dal talento degli attori che Salvaggiola richiama dai teatri cittadini e non solo. Un magistrale Nucera, che abbandona la marcata stravaganza dei personaggi più volte incarnati sul palco del Teatro Due di Parma per seguire la sottile evoluzione psicologica del protagonista, senza mai scadere nella macchietta e nel cliché. Accompagnato in questo processo da Maurizio Lupinelli, che con una recitazione marcatissima e insieme mai affettata, riesce a trovare un equilibrio estremamente complesso fra cinema e teatro, fra la credibilità del suo personaggio e l’aria misteriosa, quasi inquietante, di uno stregone delle favole.

Una prima prova decisamente riuscita, quindi, per il giovane, appassionatissimo cineasta. E un’occasione finalmente non sprecata per credere in un cinema che ha ancora qualcosa da dire.

di Valentina Avanzini