È PIÙ FACILE PER UN CAMMELLO… di Valeria Bruni Tedeschi (2003)

, Opere Prime

Ricca ma profondamente triste, Federica conduce un’esistenza piatta, contornata dalla noia e dalla disillusione. Trasferitasi in Francia da bambina, non solo per paura di rapimenti terroristici, ma anche per il preannunciato fallimento dell’azienda di famiglia, trascorre le sue pigre giornate alla ricerca di un senso o perlomeno di un’emozione autentica.

Dalla complessa relazione con un pragmatico professore di storia al riavvicinamento con un vecchio amante, ormai sposato, fino alla malattia mortale del padre, Federica cerca un vano sfogo nella danza, nella scrittura e in fantasie surreali.

Escludendo i familiari superficiali e troppo assorti nei loro problemi e tornaconti, l’unica persona che a stento prova ad ascoltarla e comprenderla è un semplice prete di città. Valeria Bruni Tedeschi, regista e attrice protagonista, al suo esordio, dal titolo È più facile per un cammello,  dietro la cinepresa regala allo spettatore un film conturbante, dal sapore autobiografico.

Anche lei è italiana naturalizzata francese e proviene da una famiglia borghese e benestante, emigrata poi a Parigi. La figlia di Marisa Borini, madre nella vita e nel lungometraggio, interpreta una donna che, nonostante cerchi continuamente cambiamenti e stimoli, si ritrova paradossalmente stanca di vivere e di relazionarsi con gli altri.

Intrappolata nel suo mondo e incapace al cambiamento, Federica, alias Valeria, con sguardo languido e indolente si accontenta di ciò che ha davanti, senza ulteriori pretese. Le aspirazioni e i desideri lasciano il posto ai sensi di colpa e a un incolmabile vuoto.

La celebre citazione biblica del titolo, recitata per intero dal prete-consulente nella scena iniziale, già in partenza inquadra negativamente la storia che viene narrata. Tuttavia, alla fine della pellicola sorge il dubbio che non siano in particolar modo i ricchi a non entrare nel “regno dei cieli”, ma in realtà tutti coloro che osservano le proprie piccole miserie quotidiane e imparano, rassegnati, a conviverci.

di Francesco Gualini

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