«Ricostruire la storia è un’esigenza del presente». Intervista a Tony Saccucci, regista de “Il pugile del duce”

È il 24 giugno del 1928. Per la boxe italiana è in corso un incontro al cardiopalma: presso lo stadio Flaminio di Roma, al cospetto di quasi 40.000 spettatori, due talentuosi pugili si contendono il titolo italiano ed europeo dei pesi medi. Nella nostra Storia, è il primo evento sportivo trasmesso in radiocronaca diretta. Dopo la quindicesima ripresa, la giuria stabilisce finalmente il vincitore: ad aggiudicarsi il titolo è Leone Jacovacci, ventiseienne congolese naturalizzato italiano. Ma è nero e il regime non può accettarlo. Con un montaggio ad hoc, la lettura del verdetto viene manipolata e, addirittura, la quindicesima ripresa tagliata a metà. Le immagini della vittoria spariscono. A Leone non manca nulla, ha la stoffa del campione: è rapido e sa muoversi sul ring. Il suo trionfo, però, dovrà aspettare diversi decenni prima di essere finalmente e degnamente raccontato. Ne parliamo oggi con Tony Saccucci che, col suo documentario d’esordio, Il pugile del duce, in sala dallo scorso martedì, affronta la vicenda nei dettagli, adattando il libro Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico, scritto dal sociologo Mauro Valeri.

  • Da cosa nasce l’esigenza di trasporre in pellicola una storia simile, alla sua prima prova registica?

La mia è stata una doppia esigenza: raccontare la vicenda di Jacovacci, talmente bella e sconosciuta da non poter passare in sordina, e al tempo stesso quella dello scopritore di Jacovacci, Mauro Valeri, che ha iniziato a lavorare su storie di neri italiani per amore di suo figlio. Quest’ultimo, infatti, essendo stato deriso perché meticcio, un giorno chiese al padre di diventare bianco. È da qui che nasce il film, che non a caso si chiude con una frase di Mauro che mi ha particolarmente colpito: «Se un padre non può far diventare bianco il proprio figlio, può provare a far diventare più nera l’Italia». L’anima del mio film si sostanzia in queste due storie. C’è, però, un’altra necessità da regista: far vedere come la Storia venga riscritta, dimostrare che essa è frutto dell’interpretazione dei fatti e, talvolta, di forzature politiche.

  • Quali sono state le difficoltà incontrate nell’adattamento? Immagino che restituire una linearità narrativa, o comunque da “reportage”, a un testo simile non sia stato semplice.

Il libro è di circa quattrocentotrenta pagine ed è molto articolato, sia per la ricchezza dei materiali che presenta sia per la meticolosità con cui vengono trattati. Le difficoltà ci sono state eccome. La prima difficoltà è stata non poter raccontare tutta la storia: era decisamente troppo lunga. La seconda, invece, è stata reperire il materiale d’archivio. Abbiamo lavorato molto con i giornali d’epoca e con la biblioteca nazionale sportiva del CONI, oltre che, ovviamente, con il magnifico archivio dell’Istituto Luce, dal quale è riemerso il filmato.

  • Si parla di una censura durata quasi novant’anni. Non fu circoscritta semplicemente al ventennio, ma si prolungò per diversi decenni prima che la storia fosse metabolizzata e poi portata alla luce. Lavorando personalmente sul materiale dell’Istituto Luce, quali sono state le sue impressioni?

Abbiamo lavorato su un filmato splendido, incredibile per la qualità. Quello dell’incontro, in totale 52 minuti di filmato. Con Chiara Ronchini, la montatrice, abbiamo addirittura operato una sorta di contro censura, dando più spazio alle riprese in cui si vedeva il viso di Jacovacci. La storia viene ricostruita in base alle esigenze del presente. La cosa interessante è che, se Valeri non avesse avuto un’esigenza così impellente di combattere il razzismo, l’impresa di questo pugile non sarebbe mai emersa. Stesso discorso per me. Senza la mia voglia di difendere chi rimane “ai margini”, probabilmente Jacovacci non sarebbe andato a finire sulla CNN, com’è accaduto.

  • All’estero, infatti, c’è stato un ottimo seguito. Il Times a inizio marzo titolava un articolo “Honour for black boxer who took a swing at fascism”. A questo si sono poi aggregati l’EFE, La Vanguardia, la ABC, El Confidencial e, come ci ha appena ricordato, la CNN. Se lo aspettava?

Diciamo che ci speravo così tanto da aspettarmelo quasi. È un film in cui ho sempre creduto, sebbene le difficoltà dell’industria cinematografica italiana implichino inevitabilmente dei rallentamenti. Ci ho creduto così tanto da chiedere una versione in inglese, per far sì che potesse circolare anche in Europa. I responsi oltreoceano sono stati, forse, quelli che mi hanno maggiormente sorpreso. Il film è stato recensito anche da Variety, quindi sta maturando un buon percorso all’estero. D’altra parte, stiamo parlando di un uomo che è stato campione europeo dei pesi medi, avremmo dovuto riportarlo in Europa prima o poi!

  • Il film è uscito il 21 marzo, giornata internazionale della lotta al razzismo. Alla luce della mesta attualità dell’argomento, qual è il messaggio che desidera veicolare con il suo film? Cosa spera di aver trasmesso?

Marx sosteneva che la storia si ripete due volte, prima sotto forma di tragedia, poi sotto forma di farsa. Il razzismo del ventennio (con differenze abissali tra la seconda metà degli anni ’20 – quando esistevano fascisti decisamente antirazzisti – e gli anni ’30) fu dettato dalla paura del diverso, oggi invece la paura è legata a qualcuno che può occupare gli spazi altrui. Nelle contrazioni economiche le fasce più deboli vengono emarginate e l’intolleranza si rafforza. Il mondo è interconnesso, non possono più esserci steccati. La scelta di lanciare la pellicola in occasione della giornata contro il razzismo è stata più che ragionata. A Roma sono state riempite molte sale la sera del 21 e non solo. Avere una buona tenitura per un documentario non è male. Giorni fa è uscito un bellissimo articolo su La Repubblica, a firma di Roberto Nepoti, dal titolo “Tre doc in sala, è un boom cinema verità”. Oltre al mio, ne sono infatti usciti altri due, che reputo importantissimi. Il primo è I Am Not Your Negro di Raoul Peck, entrato peraltro nella cinquina degli Oscar, e il secondo Vedete, sono uno di voi di Ermanno Olmi, dedicato al cardinal Martini. Da amante della Storia, quello che auspico di trasmettere è un messaggio chiaro: la Storia e i valori sono una costruzione degli uomini. Ciò che noi sappiamo del passato va sempre letto con una lente critica. Se impari a farlo col passato, puoi farlo anche col presente. Questo aiuta a consolidare le relazioni degli uomini e a vivere in un mondo migliore. Il mio messaggio non è il semplice “Non esistono colori della pelle”. Il film parla anzitutto di un’operazione di censura, che è diventata una verità storica successiva e ha cristallizzato alcuni principi nella mentalità degli italiani. La Storia può essere veramente manipolata. Ricostruirla è un’azione che richiede un’esigenza presente, esattamente come quella che ha avuto Valeri.

di Francesco Milo Cordeschi

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