BOYZ N THE HOOD di John Singleton (1991)

Un film valido deve trasmettere emozioni e sensazioni che rimangano impresse a distanza di tempo, anche dopo averlo visto più e più volte. È questo il caso di Boyz n the Hood, esordio alla regia dell’allora ventitreenne John Singleton.

Con grande abilità e un uso sapiente della cinepresa, il regista dipinge un crudo affresco della “giungla”, il ghetto nero di Los Angeles, teatro di sparatorie e continui scontri fra bande rivali. Ed è proprio in questo ambiente così inospitale per dei ragazzini che s’incrociano le vite di Tre e dei suoi amici, Doughboy e Ricky.

Tre è un intelligente e sensibile ragazzino di dieci anni, cresciuto sotto la guida amorevole ma ferma del padre. Doughboy e Ricky, invece, sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi: se il primo è un bimbo grasso e impacciato, dedito ai furtarelli nei supermercati, Ricky è tranquillo e sogna un futuro da giocatore di football.

Con il tempo, Tre e Ricky diventano ragazzi seri e desiderosi di costruirsi un futuro fuori dal luogo inospitale in cui sono cresciuti. Doughboy, invece, insieme ai suoi amici, entra ed esce di prigione, tra risse e spaccio. Le vite di Tre e Ricky sembrano giungere a un punto di svolta quando i due decidono di fare i test di ammissione all’università. Ma proprio mentre sono in attesa del risultato, Ricky, per un’inezia, viene ucciso a colpi di fucile da una banda di strada.

Tre, nonostante il dolore, decide di andare avanti con la sua vita e partire per l’università, mentre Doughboy andrà incontro a un tragico destino, dopo aver vendicato la morte del fratello. Singleton sceglie di indagare questa realtà degradata e complessa attraverso gli occhi di Tre, mettendosi dalla parte del “ragazzo perbene”, drammaticamente diviso fra il mondo in cui è nato, che non accetta né riesce a comprendere, e il desiderio di una vita tranquilla.

La sensazione di soffocamento del protagonista all’interno di quello che dovrebbe essere il “suo” ambiente è magistralmente espressa dal regista grazie a un andamento narrativo nervoso, frammentario, con inquadrature rapide che dedicano grande attenzione ai particolari, come una mano che si muove nervosamente, dita sporche che si stringono attorno al grilletto di una pistola, occhi iniettati di sangue che guizzano nella penombra di un abitacolo.

Questi elementi, che contribuiscono al notevole crescendo di tensione che permea tutto il film, contrastano notevolmente con le scene che guardano con commovente interesse ai rapporti umani: la pesca di Tre e suo padre nella baia, il primo rapporto sessuale del ragazzo con la fidanzata, il giorno del test di ammissione all’università. Ma più che le immagini, ciò che colpisce lo spettatore è senza dubbio il suono: musiche jazz e rap si alternano al lamento delle sirene delle auto della polizia e delle ambulanze, al suono ossessivo degli elicotteri che sorvolano il quartiere, ai secchi colpi di pistola.

Per non parlare della straordinaria sensibilità con cui viene indagata la psicologia dei personaggi, come quella del protagonista Tre, temprato dall’educazione del padre, forte e mite al tempo stesso. I suoi occhi, mobilissimi, sono pronti ad accendersi di un’ira selvaggia, quando accarezza il desiderio di vendetta per l’amico perduto, o di strazio profondo quando stringe il suo cadavere insanguinato fra le braccia.

Ma sono anche occhi che si riempiono di grande tenerezza, magari durante le chiacchierate con il padre o nei momenti di serena dolcezza con la fidanzata. O come la psicologia del personaggio del padre: “Furious”, uomo fiero, imponente e orgoglioso, totalmente devoto al figlio e alla sua educazione, o quella della madre di Doughboy e Ricky, stanca e frustrata dalla vita, la cui predilezione per il figlio maggiore e, soprattutto, il disprezzo nei confronti del minore, sono palpabili.

La cinepresa si sofferma sui suoi occhi sfuggenti, sulle labbra arricciate per l’irritazione, i gesti secchi delle mani che si sollevano per colpire. Il rapper Ice Cube, che interpreta Doughboy, rende il suo personaggio con grande intensità: l’atteggiamento impacciato di chi si sente inadeguato in presenza della madre e, di contro, la sua aria arrogante e sicura quando è in compagnia degli amici e delle ragazze.

Molto ben indagato è anche il rapporto con Ricky, verso il quale nutre sentimenti contrastanti: da una parte ammirazione e affetto, oltre che un forte istinto di protezione, dall’altra profonda invidia per l’amore materno e per il suo promettente futuro. Sono questi elementi che rendono Boyz n the Hood un film che, oltre a tenere lo spettatore incatenato alla poltrona, ne stimola la riflessione, con delicatezza e intelligenza. Il trattare tematiche crude con grandissima sensibilità, senza mai scadere nel pacchiano o nel banale, ne fanno un’opera prima memorabile.

di Giulia Losi

Lascia un commento