Ieri e oggi, da Sorrentino a Mainetti: com’era diverso esordire fino a 15 anni fa?

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Il nostro magazine, oramai da poco più di un anno, si occupa di esordi. Scoprire chi sono e saranno i futuri protagonisti del mondo dell’audiovisivo, questo è lo scopo che ci siamo prefissati. E nel perseguirlo non potevamo non imbatterci in alcune considerazioni sulle ben notevoli differenze tra gli esordienti di adesso e quelli di quindici o vent’anni fa.

Inutile girarci attorno: debuttare oggi ha un valore intrinsecamente diverso rispetto alle trascorse stagioni cinematografiche. Basti solo riflettere sul percorso tracciato da autori ora più che mai celebrati, due a caso Sorrentino e Garrone, e quello degli attuali “players”.

Il tutto lo si può ricondurre ad una vasta gamma di fattori: anzitutto alla profonda cesura dettata dal digitale e, in seguito, dall’alta definizione. La praticità dei nuovi mezzi di riproduzione e video editing ha spianato la strada a sempre più utenti, dando ulteriore spazio alle opportunità di sperimentazione. Questo ha fatto sì che ci si potesse applicare, molto più celermente, a nuove esplorazioni linguistiche.

Una mirabile sequela di vantaggi che non è, però, stata sufficientemente corroborata dai fatti: l’aumento vertiginoso delle opportunità non ha trovato, col trascorrere degli anni, risposte proporzionali da parte delle produzioni.

Se tempo addietro si era più tesi ad investire su un autore almeno fino al terzo film, così che egli potesse consolidare man mano un proprio pubblico, adesso il panorama si è di gran lunga problematizzato: volendo scomodare il duo registico sopracitato, è interessante constatare come le opere prime di inizio secolo siano state riscoperte molto più avanti.

Se è vero, com’è vero, che Sorrentino debba la realizzazione de La grande bellezza (2013) al grande successo riscosso con Le conseguenze dell’amore (2004) e Il Divo (2008), è altresì innegabile che, guardando più indietro, prima di aver vinto il suo primo David di Donatello nel 2005, aveva già diretto altre due pellicole. L’uomo in più (2001), suo brillante debutto alla regia, fu apprezzato solo dopo che aveva maturato un successo quasi decennale.

Stesso discorso per Matteo Garrone, il quale con L’imbalsamatore (2002) riuscì ad ottenere i suoi primi veri riconoscimenti in qualità di autore, cominciando così a istituire, e col tempo a coltivare, un proprio pubblico.

In linea di massima, pertanto, era il terzo lungometraggio a consacrare un regista: incredibile a dirsi, ma il Gabriele Muccino che tutti conosciamo, quello de La ricerca della felicità (2006) o Sette anime (2008), non viene da L’ultimo bacio (2001), bensì da Ecco fatto (1998) e Come te nessuno mai (1999).

Oggi, specie negli ultimi cinque anni, sembra si stia delineando un vero e autentico ribaltamento: dalla produzione che dà gradualmente credito al cineasta al cineasta che, rendendosi artefice e promotore della propria dignità autoriale, suggerisce nuovi spunti.

La riprova più calzante continua ad essere, per ovvi meriti, il caso di Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot (2015). In un vecchio articolo, parlavamo di quanto fosse stata paradossale la vittoria e l’assegnazione del David di Donatello come Miglior Produttore a un regista esordiente.

Dopo aver incassato per anni reiterati “No” da parte dei produttori, osteggiati anche dai broadcaster, Mainetti decise di intraprendere in totale autonomia il proprio percorso, supportando da solo «contro tutti e tutti», come da lui stesso sottolineato in un’intervista a Sky, un progetto che lo ha ora portato sotto i riflettori. Incassi sorprendenti e premi conseguiti anche all’estero, con l’effetto che c’è chi ha già cominciato a riflettere su un nuovo filone “supereroistico” all’italiana.

Da segnalare, in aggiunta, l’ancor più recente esempio di Mine (2016), opera prima di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, candidata ai prossimi David di Donatello. Un film che, per merito della tenacia di un giovane produttore indipendente, Andrea Cucchi, ha coinvolto produzioni internazionali, per poi essere distribuito in oltre venti paesi, persino negli Stati Uniti. Il che è a dir poco ammirevole, se si considera che il budget è inferiore al milione di euro.

Sorgono spontanei, a questo punto, un paio di interrogativi: è davvero così necessario che le produzioni attendano l’avvento di film-fenomeno, sulla stregua di Jeeg Robot o Spaghetti Story (2013), per far sì che gli autori e le loro storie vengano incentivate? È forse il caso che il produttore possa liberamente ottemperare alle proprie mansioni?

Com’è stato da noi già auspicato a inizio anno, la speranza è che i casi di quest’ultimo quinquennio spronino non solo gli autori, ma anche e soprattutto le produzioni. Investire su un regista emergente significa, anzitutto, progettare un percorso parallelo al suo stesso linguaggio. Nei giorni in cui sono in discussione i decreti attuativi della nuova Legge Cinema, dove è in bilico anche l’importante ruolo del cinema indipendente, l’unico che ad oggi concede la sperimentazione, urge più che mai una riflessione in merito.

di Francesco Milo Cordeschi

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