THE PLEASURE GARDEN di Alfred Hitchcock: il maestro della suspense alle prese con il suo esordio

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Otto meno venti, un sabato sera del 1925. Alla stazione di Monaco, quella sera, aspettava il treno un giovane e anonimo Alfred Hitchcock. A ventisei anni aveva già avuto esperienze come aiuto regista, sceneggiatore, scenografo e produttore. Era diretto in Italia, ancora incredulo al pensiero che, una volta a destinazione, sarebbero cominciate le riprese della sua opera prima.

Al di là della vicenda piuttosto melodrammatica (un uomo e una donna dall’animo puro si innamorano dopo aver scoperto le dissolutezze dei rispettivi coniugi), The Pleasure Garden è un esordio che ha in sé quasi tutti gli spunti propri della “poetica” autoriale del regista inglese: dal tema della visione e dell’ossessione voyeuristica che sta, poi, alla base del cinema stesso (la soggettiva dello spettatore che guarda le gambe delle ballerine attraverso il suo binocolo non può non ricordare Rear Window) alla finzione dello spettacolo (il punto di vista da dietro le quinte, la ballerina che si toglie la parrucca…).

Manca l’effetto di suspense, del quale Hitchcock verrà considerato maestro indiscusso. Intesa da lui come una situazione in cui gli spettatori – a differenza dei personaggi – sono a conoscenza di tutte le informazioni, la suspense pare, tuttavia, connotare l’intero periodo di realizzazione del film, per lo meno secondo il racconto che egli ne fa a François Truffaut nella famosissima intervista del 1962.

Hanno minato la sua prima esperienza da regista attori ritardatari (Miles Mander, protagonista, è riuscito a saltare sull’ultimo vagone del treno mentre questo era già in moto) e una strumentazione trasportata illegalmente per non pagare la dogana (Hitchcock ne fu informato poco prima dell’ispezione della polizia).

Ma anche l’esigenza di rimpiazzare in fretta un’attrice che non poteva girare una scena in acqua perché indisposta – cosa che il regista non comprese subito visto che, all’epoca, non aveva mai neanche sentito parlare di mestruazioni –  e un finestrino frantumato a colpi di bagaglio nella corsa verso la coincidenza per Monaco.

Più cresceva la paura di non saper amministrare il denaro, più gli imprevisti si facevano drammatici: vittima di un furto, di almeno due multe (a quella del finestrino, infatti, si aggiunge quella per la pellicola che – sì! – fu trovata e sequestrata dalla polizia della dogana) e di altre spese non preventivate, il povero Alfred riuscì ad arrivare a Monaco con un solo centesimo in tasca.

In pochi giorni di riprese, il maestro della suspense ne aveva avuto un assaggio più che abbondante e aveva collezionato, tra l’altro, più confronti diretti con le forze dell’ordine – lui, l’archetipo dell’innocente ingiustamente messo sotto accusa che tornerà nei suoi film – di quanti mai ne avrebbe voluti in vita sua.

di Cristina Morra

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