Oscar 2017 tra gaffe e rivincite: alcune riflessioni

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Doveva essere una delle cerimonie più politicizzate della storia, viste le nuove misure targate Trump. In verità, sono state ben altre le sorprese ad aver scombussolato il palcoscenico del Dolby Theatre. Se l’anno scorso Spike Lee ammoniva Hollywood, parlando di Oscars “so white”, questa volta si è decisamente voltata pagina. Nonostante il clamoroso abbaglio di Warren Beatty e Faye Dunaway, che annunciavano erroneamente La La Land come vincitore, l’Academy ha dato il suo verdetto: è l’opera seconda di Barry Jenkins, Moonlight, il Miglior Film dell’anno. Un film piccolo, nato magari da modeste ambizioni, che sbanca collezionando ben tre statuette: Miglior Attore Non Protagonista (il bravo Mahershala Ali, che quest’anno ha dato gran prova di sé anche in altre pellicole, si veda Kicks), Migliore Sceneggiatura Non Originale e, per finire, come appena detto, Miglior Film. Infanzia, adolescenza ed età adulta di Chiron, afroamericano di Liberty City, cresciuto sull’esempio di un cinico e carismatico gangster del sobborgo. Gioisce la Fondazione di Cinema per Roma, che quest’anno ha visto molte delle opere selezionate per la Festa del Cinema in lizza per il riconoscimento più atteso della stagione: oltre a Moonlight, anche Lion – La strada verso casa, esordio alla regia di Garth Davis, tornato incredibilmente a casa a bocca asciutta, e Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan. Quest’ultimo, insieme ad Arrival, diversi anni or sono, faceva parte degli “unproduced screenplays”, la black list che contempla i film “maledetti”: quelli che, a dispetto degli apprezzamenti mostrati dai dirigenti delle industrie cinematografiche, non sono mai stati realizzati. Non c’è per cui da stupirsi se, dopo l’annuncio per la statuetta alla Migliore Sceneggiatura Originale e soprattutto al Miglior Attore, per un Casey Affleck in stato di grazia, c’è chi adesso parla di riscatto. Per ciò che concerne la categoria Miglior Regista, è oltremodo legittimo aprire una parentesi sul giovanissimo Damien Chazelle che, alla sua terza prova dietro la macchina da presa, conquista ufficialmente la mecca del cinema: si è fatto strada nei circuiti indie, accattivandosi la giuria del Sundance col suo Whiplash, e ora è per ovvi meriti l’autore più acclamato del momento. Un percorso che rende giustizia alle sostanziali novità stilistiche apportate alla cinematografia statunitense, e non solo: ad oggi le sue opere sono i più intriganti esempi di dialogo tra settima arte e musica. C’è chi oserebbe parlare di “sinergia”, termine particolarmente in voga nel mondo accademico: cinema e colonna sonora non solo sono complementari, ma ognuna delle due è funzionale all’altra. Se viene a mancare una, l’altra perde ogni sua ragion d’essere. Un vero e autentico unicum che difficilmente può trovare un degno corrispettivo nella storia, neanche nella tanto decantata stagione musical anni ’50, dal cui raffronto partivano alcune delle critiche mosse a La La Land. Il fatto che Ryan Gosling non sia Gene Kelly e che Emma Stone non sia Debbie Reynolds fa sì che l’intero film, pur essendo un musical, non sia esattamente un musical. Questa è l’originalità: parlare di oggi con un cenno di nostalgia, sentimento correlato inevitabilmente all’amore, su cui ruota l’intero perno tematico della pellicola. Piaccia o meno, il 2016 figurerà per sempre come l’anno di La La Land. Sul fronte opere prime, c’è purtroppo ben poco da dire: sebbene fossero diversi gli esordi candidati nelle diverse cinquine e long list, nessuno di questi si è visto sul palco. Oltre all’anzidetto Lion che meritava, quantomeno, un riscontro per le categorie Miglior Attore e Attrice Non Protagonisti/e, viste le notevoli prove di Dev Patel e Nicole Kidman, vanno menzionate anche le opere d’animazione Kubo e la spada magica, La mia vita da Zucchina, da molti ritenuto addirittura il miglior film europeo dell’anno, e La tartaruga rossa, anche questo presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, per la gioia del direttore Antonio Monda. Film questi ultimi che non hanno retto il confronto col bellissimo Zootropolis, ultima fatica dei Disney Studios, diretta da Rich Moore e Byron Howard. In ultima analisi, va aperta una parentesi sui nostri connazionali. Il Fuocoammare di Gianfranco Rosi non è riuscito a sbancare oltreoceano: è O.J.: Made in America di Ezra Edelman, a trionfare nella categoria Miglior Documentario. Un insuccesso che comunque rende onore a uno dei nostri autori più acclamati a livello europeo, nonché a uno dei racconti più sinceri degli ultimi decenni. Diversa sorte per Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christopher Nelson, vincitori del Miglior Trucco per il cinecomic Suicide Squad. Questi ultimi non hanno esitato a rendere omaggio «agli immigrati», legittimando una causa ormai sulla bocca di tutti, oltre che nel cuore dell’unico cineasta italiano quest’anno in concorso.

di Francesco Milo Cordeschi

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