David di Donatello 2017: uno sguardo ravvicinato agli esordi in gara

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Così come La La Land entra nella Hall of Fame dell’Academy statunitense, collezionando ben quattordici nomination, sulla stregua di Titanic ed Eva contro Eva, anche in Italia La pazza gioia di Paolo Virzì e Indivisibili di Edoardo De Angelis si ritagliano un posto d’eccezione nella storia dell’Accademia. Sono, infatti, ben 17 le candidature riscosse dalle due pellicole, le quali dovranno misurarsi con degni competitors, quali Veloce come il vento, film rivelazione di Matteo Rovere, Fai bei sogni di un Marco Bellocchio in stato di grazia e Fiore di Claudio Giovannesi. Doppia candidatura, per le categorie Migliore Interprete Protagonista e Non, a Valerio Mastandrea, mentre tra le attrici troviamo a sorpresa Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, entrambe protagoniste del film di Virzì. Particolarità delle nuove cinquine sta nella presenza della Miglior Sceneggiatura Adattata, oltre alla Miglior Sceneggiatura Originale. C’è grande amarezza per l’assenza di Gian Luigi Rondi, storico presidente dei prestigiosi riconoscimenti, venuto a mancare lo scorso 22 settembre. È, però, nel suo spirito che il tutto avrà comunque luogo: «Io i premi li faccio dal ’58, ero un giovinetto quando ho iniziato a occuparmene. Ogni anno abbiamo rinnovato l’elogio e la difesa del cinema, soprattutto italiano. Spero che continueranno in quest’opera i miei successori. Perché eliminare dai nostri amori il cinema sarebbe un grandissimo errore». Sarà proprio nel suo ricordo che lunedì 27 marzo si svolgerà la cerimonia di consegna dei premi, nuovamente trasmetta su Sky sotto la conduzione di Alessandro Cattelan. Per ciò che concerne le nostre opere prime, si prefigura fin da subito una bella lotta: film profondamente eterogenei, ma accumunati da cifre stilistiche innovative. Lo stesso Gianni Canova, gettando un sguardo sulla cinquina degli esordienti, ha riconosciuto come buona parte delle pellicole in lizza virino ad un’idea del tutto nuova del cinema nostrano: «Un film come Mine può farci capire in che direzione stiamo andando». È la prima fatica del fedele duo Guaglione – Resinaro a far già trepidare i bookmakers: un lungometraggio dal respiro internazionale e dalla notevole vivacità sperimentale. Una storia che, nonostante il costrutto minimale, secerne una forza drammaturgica degna di nota. A tallonarlo, però, troviamo La ragazza del mondo di Marco Danieli, che detiene il record dell’opera prima più premiata del momento (ben 12 riconoscimenti riscossi, a fronte delle 38 partecipazioni festivaliere). Il film, che continua a convincere da Venezia, dove fu presentato nella sezione Giornate degli autori, racconta il dramma di una ragazza divisa tra il fanatismo religioso della comunità di appartenenza (Geova) e l’amore viscerale per Libero, giovane dai trascorsi difficili tra droga e carcere. Un dramma di grande intensità, che ha già ottenuto il consenso di buona parte della critica e, in parte, anche del pubblico. Senz’altro una pellicola su cui il quarantenne Danieli, ex tutor di regia al Centro Sperimentale di Cinecittà, può seminare un buon proposito per il suo avvenire. Ecco che dal fronte dei più giovani spunta immediatamente un altro contendente: Michele Vannucci col suo Il più grande sogno, il quale vanta anche lui un passato nel CSC, in qualità di allievo, e un seguito inaugurato a Venezia. La pellicola, che contempla la terza scrittura di Alessandro Borghi, dopo la consacrazione in Non essere cattivo e Suburra, ripercorre la storia di un ex carcerato alla soglia dei quaranta, smanioso di ricominciare daccapo. Il substrato della periferia, il suo fascino e la sua fragilità accompagnano un affascinante percorso di redenzione, contrassegnato da desideri e duri ostacoli. Un’opera di cui va sottolineata, anzitutto, l’originalità espressiva: la dicotomia tra documentario e fiction è uno dei punti di maggior spessore. Un aspetto da non svalutare, tanto più se se si è già in vena di pronostici. C’è spazio anche per WAX: We Are the X di Lorenzo Corvino, anche lui nella long list degli esordi più premiati della stagione corrente. Un intrigante on the road dedicato ai sognatori che oscilla tra dramma, sentimento e avventura. Tutto in nome della scoperta di sé. Una storia di formazione la cui vivacità formale, dettata anche dall’alternanza dei diversi sistemi di ripresa, lo colloca tra gli esempi di narrazione più considerevoli dell’anno. A chiudere il cerchio La pelle dell’orso del padovano Marco Segato:  presentato alle Giornate degli Autori di Venezia, dove ha riscosso diversi apprezzamenti, il lungometraggio ha per protagonisti un padre e un figlio alle prese con un orso vecchio e feroce, nel cuore delle Dolomiti. La bestia, ben presto ribattezzata “il Diavolo”, dopo aver sbranato una vacca, terrorizza l’intera comunità montagnola, che per mera superstizione si rifiuta di reagire. Pietro, il padre, si avventura quindi nei boschi con lo scopo di porre fine alla faccenda, lasciando solo il figlio Domenico che non esiterà poi a seguirlo. Un racconto che riesplora, con cinismo e contestualmente con mirabile saggezza, il rapporto genitoriale nei suoi frutti e nelle responsabilità annesse. Una prova assai persuasiva, degna dei migliori circuiti d’autore. Appuntamento per cui alla serata di lunedì 27 marzo, come su menzionato, dove finalmente scopriremo l’atteso verdetto.

di Francesco Milo Cordeschi

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