Sydney Sibilia. Da grande esordio a trilogia: «Smetto quando voglio!»

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Eh sì, nessun titolo poteva calzare così a pennello: chi avrebbe mai immaginato che una delle commedie più travolgenti dell’ultimo decennio, nonché opera prima di un ex animatore turistico con smanie da filmmaker, potesse dar vita ad una vera e autentica serie? Che Sibilia fosse in anticipo sui tempi effettivamente già lo si era intuito. Quando tutti gridavano al plagio, inneggiando senza remore a Breaking Bad, con estrema misuratezza, e a onor del vero, il giovane regista replicava di aver scritto il copione prima ancora della serie. Già, era di fatto il lontano 2010, anno degli ultimi tagli alla ricerca targati Berlusconi, l’istante in cui tutto prese vita: La Repubblica titolava un articolo “Quei netturbini da 110 e lode”. Protagonisti della vicenda erano due modesti spazzini, provvisti entrambi di un altrettanto modesto titolo di studio. E qui subentrò “il genio”, come suggerirebbe il buon Necchi: immagina quei due netturbini, presi dal discutere dei più alti fondamenti filosofici, assemblare d’un tratto una moderna Banda degli onesti. Nell’epoca della “Banda della tartina”, dove ci si accredita come giornalisti a eventi trendy e di spettacolo col solo scopo di mangiare “a scrocco”, come accaduto a Milano, un’intuizione simile non può che trovare nette riprove. Ciò non lo rende più un racconto allegorico, bensì profondamente ancorato al reale. Quanto basta per dare una motivazione in più ai capitoli successivi: Masterclass e Ad Honorem. D’altronde, se la commedia di un tempo raccontava con acume vizi e virtù degli ultimi, ora non può che continuare a farlo. Non è poi così cambiata in effetti, se si riflette. Eccezion fatta per un unico particolare: gli ultimi, per l’appunto. Se Totò e Peppino, in veste di umili portieri condominiali e tipografi, stampavano con zelo banconote fasulle facendosi beffe delle istituzioni, adesso dei potenziali accademici di mezza età, se non più giovani, producono segretamente droghe sintetiche e istituiscono loschi clan del racket. Qualcosa che ha del paradossale, oltre che del brillante, e che merita indubbiamente un’analisi a parte. Questa, in parole povere, è la storia di Sydney Sibilia, un regista che da esordiente adesso “smette quando vuole”. «E non voglio più fermarmi!» aggiunge in un’intervista rilasciata a Vanity Fair. «Negli anni ’90, se al liceo volevi avere una vita sentimentale minima, una cosa dovevi avere: il motorino. Soprattutto se come me stavi crescendo a Salerno, già scontavi la pena di un nome assurdo ed eri pure bruttino. Rimanere dotati di solo autobus, equivaleva a condannarsi all’ascetismo. Così, per comprarmi le due ruote, iniziai a mettere da parte paghette, regali. Finalmente arriva il giorno del riscatto, e che faccio? Nel tragitto, dentro un negozio di elettrodomestici vedo su una lavatrice una telecamera. È un attimo, penso: “Con quella posso fare i film”. Entro, e destino a lei tutto quello che avevo in tasca: la bellezza di un milione e duecentomila lire. Mi fermo sull’uscio: “Non scoperò mai più”. Smetto quando voglio doveva essere un piccolo film e, invece, ho fatto una vera “caciara”». Una caciara da ben 4 milioni e mezzo di incassi, che ha aperto le porte a quella che si prospetta una trilogia memorabile, «stile Ritorno al futuro: 1, 2 e 3. Me li sparavo tutti insieme in un pomeriggio».

di Francesco Milo Cordeschi

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