HAPPY DAYS MOTEL di Francesca Staasch (2014)

, Opere Prime

Cosa succede quando il grottesco piomba in una vita ordinaria? Le conseguenze possono essere imprevedibili, folli e sorprendentemente positive, come la trama di questo film. Balti, un uomo comune alle prese con problemi quotidiani, diviso tra la necessità di assecondare le follie di un capo pazzo e il bisogno di far felice la figlia affidata all’ex moglie, viene inviato a svolgere un lavoro speciale: la consegna di un materiale prezioso presso diversi indirizzi di sconosciuti sparsi per l’Italia. Durante i continui viaggi, non privi di disagi, la macchina si guasta nei pressi di un motel. Non potendo proseguire, l’uomo è costretto a pernottare nel luogo in attesa che il meccanico Dustin, che lavora e vive nell’edificio, aggiusti la macchina. Dopo pochi minuti dal suo arrivo, Balti si renderà conto che quel luogo apparentemente comune nasconde personaggi poco ordinari. Dustin è un meccanico autolesionista, che svolge la professione di gigolò per arrotondare. Lupo è un cinquantenne tossicodipendente legato a Candy, adolescente maniaco-compulsiva, da un legame d’amore platonico. Laura è una signora che ha perso la figlia, dopo 7 anni di coma, e si ritrova spaesata. Tra loro non c’è niente in comune, specialmente con Balti, che risulta un pesce fuor d’acqua rispetto al contesto. Tuttavia, la convivenza in questo motel semivuoto scatena inaspettate situazioni d’incontro e scontro. Soli gli uni con gli altri, tutti si scontrano con le rispettive stranezze, follie e desideri nascosti. La presenza del protagonista diventa uno specchio goffo e tenero delle debolezze di ciascuno, che getta inconsapevolmente luce sulle loro esistenze e sul centro della loro ricerca. L’ambiente è l’involucro che contiene tutte queste fragilità umane, narrate sempre con leggerezza e una velata indulgenza, come attraverso l’occhio di un padre che sorride di fronte ai piccoli sbagli del figlio. Anche noi spettatori, aiutati dalla regia, che un po’ si avvicina ai protagonisti e un po’ li osserva dall’alto come una telecamera di sorveglianza, osserviamo con il sorriso la stranezza di questi personaggi, riconoscendo qualcosa di noi stessi e delle nostre pazzie in quei frammenti di vite. L’opera prima di Francesca Staasch è un grottesco ritratto umano, leggero, bizzarro e vicino allo spettatore. La sceneggiatura, che ha ottenuto la menzione speciale al Sonar Script Festival 2009, regge bene il peso delle personalità dei diversi personaggi senza mai rivelare troppo della loro vita, lasciando allo spettatore la composizione dei pezzi. La fotografia ricalca colori saturi e cristallini, molto simili ai film americani e in particolare al Tarantino di Pulp Fiction. Gli attori, perfettamente calati nei loro ruoli, fanno dimenticare con la loro scioltezza di essere interpreti e lasciano trasparire un’umanità genuina e sincera. In sostanza, uno dei pochi film che sa strappare un sorriso mostrando l’assurda e imprevedibile bellezza della natura umana.

di Laura Santelli

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