ATLAL di Djamel Kerkar (2016)

Atlal, prima fatica del giovane regista Djamel Kerkar, dimostra quanto il cinema algerino sia più vivo che mai. Non a caso, tra i produttori troviamo Narimane Mari, che da anni, con film come Bloody Beans o Roundabout in My Head, sta aiutando a creare un vero e proprio movimento cinematografico indipendente algerino. Il documentario di Kerkar si apre con scene d’archivio che mostrano la devastazione causata, negli anni ’90 atlalin Algeria, dal terrorismo di matrice estremista islamica, che ha causato circa 200.000 vittime. Finita questa introduzione, tutto il resto dell’opera è ambientato ai giorni nostri nella città di Wlad Allal. Attraverso lunghe panoramiche su case semidistrutte, alberi secchi e innumerevoli rovine capiamo quanto in quelle zone sia ancora presente l’ombra del passato. Quasi a voler allontanare la sua inevitabile incombenza, vediamo che attorno a delle case in costruzione è stato eretto un muro. Un’immagine molto evocativa, che sottolinea quanto il presente sia fortemente, e forse irrimediabilmente, legato al passato, è quella di un albero per metà rigoglioso e per l’altra metà completamente spoglio. Le testimonianze che ascoltiamo durante il documentario sono sia di uomini anziani o adulti sia di giovani e le differenze sono evidenti. Le persone più adulte, che hanno difeso il loro paese e la loro terra dagli attacchi dei terroristi, cercano in tutti i modi di far ripartire la loro vita. Il vecchietto zoppicante, fiero di aver imbracciato il fucile per difendere il proprio raccolto, ne è un ottimo esempio. Invece i giovani, nati e cresciuti in un clima di violenza e paura, non riescono a sognare un futuro se non lontano dallaatlal loro patria. Il ragazzo intervistato non ritiene ci possa essere felicità per lui a Wlad Allal e guarda gli aerei in cielo con la voglia di scappare via. «Cos’ha da perdere chi non ha mai vinto?», si domanda. Testimonianza di un’infanzia passata a sperare di non morire invece che a vivere. Bellissimi i momenti in cui i giovani di Wlad Allal si ritrovano intorno al fuoco e cantano canzoni rap piene di rabbia, sconforto, ma anche speranza. Speranza in un futuro possibile, seppur ancora lontano e nebuloso. Infatti, le scene degli uomini anziani o delle rovine sono sempre messe a fuoco molto bene con una fotografia nitida e colori forti, mentre quelle dei giovani intorno al fuoco sono sempre scure e sfocate, come la loro idea di futuro. Atlal, dato lo stile cinematografico che Djamel Kerkar utilizza spesso, si pone a metà strada tra un documentario classico e un film indipendente. Ciò non toglie alcuna veridicità alla storia, ma anzi riesce a connettere ancor di più lo spettatore con un pezzo di storia contemporanea davvero drammatica, che non deve essere dimenticata.

di Silvia Festini Battiferro

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