GUMMO di Harmony Korine (1997)

Primo lungometraggio del genio precoce e allucinato di Harmony Korine, denigrato, incompreso, clamoroso flop al momento dell’uscita e oggi film cult per gli amanti del weird, Gummo si colloca volontariamente ai margini del grande cinema e da lì reclama urlando la propria indipendenza. Con un disprezzo più che evidente per la canonicità dell’impianto narrativo, la pellicola si struttura come un dipinto, o meglio un arazzo, della città di Xenia, Ohio, sfregiata da un tornado che ha disintegrato i connettivi del tessuto sociale, senza che nessuno si sia preoccupato di ricostruirli. La trama, gummo_a maglie larghissime, incrocia le storie di personaggi, per lo più bambini, completamente abbandonati a se stessi. Inquietanti, grotteschi, quasi deformi, gli abitanti di questa desolata isola che non c’è istituiscono le proprie leggi e si spartiscono i territori, in un’atmosfera tanto più apnoica in quanto un futuro non è negato, semplicemente non viene nemmeno preso in considerazione. La telecamera, traballante e apparentemente incapace di selezionare, quasi presa in prestito da un documentario amatoriale di bassa qualità, sembra incrociare i personaggi per caso o per sbaglio. Così, in un caotico cortocircuito, ci muoviamo fra le storie di Tummier e Solomon, morbosamente interdipendenti, uniti dalla caccia ai gatti e dalla colla usata come droga. La coppia trova il suo corrispettivo femminile in Dot e Darby, le biondissime sorelle sempre impegnate in quelli che paiono rituali di passaggio ad un’ambigua e animalesca femminilità. A fare da connettivo fra loro, la figura solitaria e quasi misterica di Jarrod, che rifiuta di trovare alleati, attaccato da tutti, protetto solo dalle sue orecchie da coniglio, amante provvisorio delle sorelle, concorrente nella caccia al gatto di Tummier e Solomon. Le storie portanti si incrociano e a tratti collidono in un universo popolato di personaggi/asteroidi, completamente gummoautarchici e privi di una rotta precisa. Si compone così un quadro senza capo né coda, in cui la narrazione e il tempo si sfaldano e si sfibrano, al ritmo scoordinato di musica classica, hit anni ’50 e un amplissimo panorama di sottogeneri metal. Se è vero che Harmony Korine non ci insegna nulla, che il suo astro, allora (1997) appena ventiquattrenne, era riuscito ad attirare quasi esclusivamente l’attenzione dell’indignatissima critica animalista, non si può nemmeno negare che nel coagulo sgangherato e autoreferenziale che di fatto viene a creare, ogni frammento, per quanto disorganico, è un piccolo, terribile gioiello. Il giovanissimo cineasta perde l’occasione della denuncia, del profondo e accorato scavo psicologico: la sua umanità post industriale (e direi post apocalittica) ci viene offerta come all’acquario. Non ci sono dati gli strumenti per comprenderla fino in fondo, non ci chiede nemmeno empatia o compassione. Invoca piuttosto con strafottenza il nostro disgusto. Quello che possiamo fare, quindi, è abbandonarci alla contemplazione del prettamente koriniano gusto estetico per l’orrido e l’abiezione. E uscirne, alla fine, intimamente straniati, come se quel mondo impossibile e lurido fosse riuscito a toccarci più a fondo di quanto avremmo creduto possibile.

di Valentina Avanzini

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