MARIA PER ROMA di Karen Di Porto (2016)

, Opere Prime

Con l’espressione idiomatica “cercare Maria per Roma” si intende, nel dialetto romanesco, la ricerca tanto forsennata quanto inutile di qualcuno o qualcosa. Da ciò ne nasce un racconto allegorico, quello di Maria per l’appunto, protagonista dell’opera prima di Karen Di Porto. Divisa tra le sue aspirazioni da attrice e un frustrante mariaperroma3impiego da key holder, Maria peregrina senza sosta per mezza Roma, facendo provini, affittando maestosi appartamenti del centro a bizzarri turisti, assistendo vicini di casa maldestri e partecipando a cortometraggi low budget. Nell’arco delle ventiquattr’ore in cui si svolge l’intera vicenda, la fortuna sembra d’un tratto sorridere alla protagonista: dopo essersi accattivata la simpatia di un regista nel corso di un casting, cerca l’assenso del produttore per poter finalmente ottenere il suo primo agognato ruolo in un film. Nonostante la mole di equivoci e incidenti improbabili, riuscirà a prendere parte ad un fastoso party a Villa Borghese, dove interagirà con diversi intellettuali e personalità legate al cinema. Il tutto in compagnia della cagnolina Bea, suo angelo custode, che non esita a seguirla fedelmente in ogni peripezia, condividendone le beghe. Presentato nella sezione Le voci del domani della selezione ufficiale dell’undicesima Festa del Cinema di Roma, Maria per Roma è l’esordio alla regia di Karen Di Porto, attrice che vanta alle spalle soltanto il cortometraggio Cesare (2012), degno “prologo” del successivo lungo. Un esordio che il direttore artistico della kermesse capitolina, Antonio Monda, non ha esitato a paragonare, riferendosi anzitutto alla sorpresa che destò nella scorsa edizione, a Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Con estrema misuratezza, la Di Porto non ha tardato a mariaperroma4discostarsi da tali asserzioni, rivendicando la notevole diversità e produttiva e contenutistica. Una presa di posizione che si allontana dal fine “promozionale”, del tutto comprensibile, del direttore Monda e che contestualmente rende onore all’autrice. Il film di fatto è una storia personale a tutto tondo: non vi è nulla, nemmeno la più piccola scelta registica o narrativa, che non riconduca ad un punto di vista squisitamente intimistico. In soldoni, la storia di Maria è la storia di Karen Di Porto e, di conseguenza, un film su Maria non poteva che essere di Karen Porto. È proprio in quest’aspetto che risiedono i principali punti di forza e, al tempo stesso, i punti deboli del lungometraggio. La vivacità dei personaggi, l’originalità degli intenti, le atmosfere a tratti persuasive e, aggiungerei, l’incredibile umanità del cane trovano purtroppo a fare loro da contraltare un piano inquadrature smunto, la sconclusionatezza di certe situazioni, un bilancio recitativo mediocre e dei dialoghi spesso improbabili e dalla latente incoscienza. Un’incoscienza che arriva addirittura a rovinare il fascino della sequenza finale con un’imbarazzante perversione ideologica: «Ma ti pare che mariaperroma6dormiamo sotto al ponte stasera?», chiede Maria all’amico, il quale replica gaiamente: «E certo. Ci vengono addirittura dalla Romania per dormici!» (da rimanere di sasso). Ciononostante va dato atto alla Di Porto non tanto dello sforzo quanto del coraggio messo in gioco. A destare maggior interesse è infatti il proposito o, per meglio dire, l’audacia del raccontare. Ingrediente essenziale per rendere propria un’opera. A dispetto di alcuni scivoloni, talvolta dettati dalla matrice indipendentista, il film conserva una dignità tendenzialmente autoriale, che trova riscontro nella raffigurazione di Roma come Città Eterna e, al contempo, maledetta. Una città che, pur rendendola partecipe dello splendore che irradia, affidandole addirittura le sue stesse “chiavi”, fa di Maria la triste vittima di un altrettanto triste disincanto. Tema quest’ultimo che rende omaggio a quanto decantato da Fellini ne La dolce vita e, soprattutto, dall’irrinunciabile Sorrentino de La grande bellezza. Quanto basta insomma per apprezzare un film, che magari, per tornare allo spazio offertogli nel corso dell’ultima Festa del Cinema di Roma, sarebbe stato molto più a suo agio nella sezione Alice nella città.

di Francesco Milo Cordeschi

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