THE BLAIR WITCH PROJECT di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez (1999)

the-blair-witch-project_2_opereprimeHeather, Joshua e Michael decidono di avventurarsi nei boschi vicino al villaggio di Blair per girare un documentario sulla terribile strega che, secondo le leggende, abiterebbe quel luogo da secoli. Cinque anni dopo la loro misteriosa scomparsa, i registi Daniel Myrick e Eduardo Sanchez “decidono” di ritrovare (e farci ritrovare) il video girato dai tre ragazzi scomparsi, immergendoci in un microcosmo (piccolo come il formato della presunta telecamera usata per le riprese) permeato di ignote e sinistre presenze. Stacco dopo stacco,  in The Blair Witch Project, passando dal bianco e nero vintage della 16mm usata da Joshua al dinamico colore utilizzato da Heather per il backstage, Myrick e Sanchez giocano con i loro personaggi, presentandoceli fin dalla didascalia iniziale come persone in carne e ossa, ma lasciandoci per tutti gli 86 scorrevoli minuti del film con un dubbio irrisolto: c’è qualcosa di vero in quello che stiamo vedendo? I due registi riescono a mantenere questo delicato equilibrio tra realtà e finzione grazie ad alcuni stratagemmi accuratamente calibrati. Innanzitutto, la scelta di ambientare i fatti “realmente accaduti” cinque anni prima, prediligendo una tecnica di ripresa ancora e indissolubilmente legata a supporti analogici (si vedano le attrezzature utilizzate dai tre).the-blair-witch-project_1_opereprime Poi, i continui salti dal documentario al backstage, dimensione ricca di tempi morti che occorrono a Myrick e Sanchez per rompere continuamente la quarta parete e imboccare lo spettatore con quella realtà “filtrata”, come la definisce Michael rivolgendosi a Heather. I due registi, dal canto loro, sembrano identificarsi spesso e volentieri proprio col personaggio femminile, la regista con la camera sempre stretta in mano, alla ricerca di un appagamento per la sua perpetua fame di immagini (anche in quei momenti in cui sembra non esserci per loro più scampo). Insomma, un prodotto filmico difficile da collocare fin dalla sua prima proiezione, avvenuta nel 1999 al 52° Festival di Cannes e valsa il Premio dei Giovani al Miglior Film Straniero. Un film talmente potente da identificarsi come grande precursore del redditizio filone mockumentary che ha visto, negli anni successivi, seguaci più o meno validi (si veda REC di Jaume Balaguerò e Paco Plaza piuttosto che Cloverfield di Matt Reeves). Un’operazione accuratamente studiata, al punto da garantire, a fronte di un misero budget di 60.000 dollari, un incasso mondiale di quasi 250 milioni.

di Tommaso Del Signore

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