SENZA NESSUNA PIETA’ di Michele Alhaique (2014)

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senza-nessuna-pietaL’essenziale, come scriveva Antoine de Saint Exupéry, è invisibile agli occhi, ma non per Mimmo, il protagonista di Senza nessuna pietà, esordio di Michele Alhaique, che fissa la sua prima inquadratura proprio sugli occhi di Mimmo, interpretato da un profondissimo, quieto, ma a tratti ferocemente rabbioso, Pierfrancesco Favino. Quegli occhi silenziosi scrutano la vita che gli si manifesta davanti e ci accompagnano per tutta la durata dell’intenso dramma esistenziale messo in scena dal giovane regista, un viaggio che porta alla rinascita morale di una persona buona, che non accetta più di sporcare i propri occhi con tristezza e devastazione, pagando però un prezzo per tutto questo. Mimmo è timido, parla poco ma sa ascoltare, è gentile e rispettoso: un gigante buono. La prima parte della sua giornata la passa lavorando come muratore in un cantiere. La seconda, invece, lavora per suo zio Santilli (Ninetto Davoli), un boss locale. Mimmo viene usato per intimorire i vari imprenditori locali che “non rispettano gli accordi” presi con suo zio. Riscuote i crediti servendosi della sua forza fisica. Ma viene anche sfruttato per piccole “commissioni”, come andare a prendere delle prostitute per far divertire suo cugino Manuel (Adriano Giannini). Il caso vuole che, per un’informazione errata, Mimmo dovrà trascorrere qualche giorno con la fragile, incosciente e giovane prostituta Tania (Greta Scarano). senzanessunapieta_1_opereprimeLe ore trascorse insieme a Tania rappresenteranno per Mimmo la goccia che farà traboccare quel vaso di rabbia repressa nei confronti della sua famiglia adottiva e criminale, con la quale non condivide nulla, se non il sangue. La purezza che Mimmo vede negli occhi di Tania e la bontà che fa innamorare Tania di questo personaggio fuori dal comune (un criminale che piega gli asciugamani con cura e grazia) danno vita ad una favola Disney farcita del noir italiano dei nostri tempi, ambientata però, sempre nella solita e banale capitale italiana, ormai impressa nel nostro immaginario filmico, fatta di discoteche, cantieri e ville. Le modalità della mise en scène sono tipiche di chi firma la sua prima importante regia, “non ci si sbilancia mai troppo”, ma tanto di cappello ad Alhaique che ha saputo comunque inserire ottime inquadrature che si spingono oltre quel tradizionale limite, insieme ad una fotografia pulita e cosciente e ad una recitazione mai banale.

di Simone Corallini

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