TUTTI AL MARE di Matteo Cerami (2011)

, Grandi Esordi

tutti al mare 2In uno stabilimento balneare si susseguono una vasta gamma di intrecci sullo sfondo del litorale romano di Castel Porziano: Maurizio (Marco Giallini), gestore dello chalet, fronteggia una madre possessiva, suo cognato Nino (Gigi Proietti), cleptomane e smemorato cronico, conversa coi passanti e si bighellona senza meta, Giovanna (Ambra Angiolini), hostess gay, seduce l’anzidetto Maurizio dopo aver saputo della gravidanza di Sara (Claudia Zanella), sua compagna, degli inservienti neri lavorano senza sosta dopo aver stirato a dovere la bandiera italiana e infine due tamarri, Gigi e Nando (Francesco Montanari e Libero De Rienzo), si disperano in una ricerca compulsiva di donne facili. Presentandosi come un sequel ideale del “Casotto” (1977) di Sergio Citti, cui va il tributo di Proietti nello sproloquio sconclusionato in cui recita (male) i sette re di Roma (viene annoverato al posto di Servio Tullio), l’esordio dietro la macchina da presa di Matteo Cerami, figlio dello sceneggiatore Vincenzo, oltre che di Graziella Chiarcossi, cugina di Pier Paolo Pasolini, riesplora la dimensione popolare nel ristretto antro della cabina balneare, lasciando trapelare le più intime sfaccettature dei suoi personaggi (gente che si sveste dei suoi panni abituali per “mostrà le chiappe chiare”, volendo parafrasare il testo della Ferri da cui trae ispirazione il titolo). Un leitmotiv emblematico che ha saputo, forse più di molti altri, incarnare la romanità e i spaccati sociali annessi (si potrebbe partire dall’archetipico “La famiglia Passaguai” -1951- di Aldo Fabrizi, per poi toccare “Mamma mia, che impressione!” -1951- di Roberto Savarese e infine “Casotto” di Citti; una strada scalfitasi negli ultimi anni a causa dell’incombere del famigerato cineombrellone, cugino estivo del genere inaugurato dai fratelli Vanzini e Neri Parenti). tutti al mare 3A dispetto di un citazionismo a tratti stucchevole, che abbraccia soprattutto la poetica pasoliniana (si veda l’apparizione quasi “mistica” del cavallo o il folle istrionismo del personaggi impersonato da Fantastichini, uno pseudo veggente da piazza), il film dimostra al contrario una sorprendente genuinità nel saper raccontare, col linguaggio di ieri, le profonde realtà individuali di oggi: questo ad avvalorare il fatto che, nonostante i grandi stravolgimenti dell’era contemporanea, permane pur sempre uno spirito di fondo; se ieri spettava a un Totò-burattino sibilare: «ah, straziante meravigliosa bellezza del creato», mentre contemplava le nuvole in compagnia di un estasiato Ninetto Davoli in “black face” (“Che cosa sono le nuvole” -1967-), ora è il turno di due pescatori marocchini, forse unici prosecutori di quella spontaneità “proletaria” celebrata da Pasolini. Ciò che divide il tutto è un’inguaribile smemoratezza, inclinazione tutta italiana, perfettamente inscenata dal personaggio di Proietti nello spassoso siparietto a due con Rodolfo Laganà.  

di Francesco Milo Cordeschi

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