GOODBYE DARLING, I’M OFF TO FIGHT (2016) di Simone Manetti

, Opere Prime

Fresco vincitore al Biografilm Festival 2016, il documentario d’esordio di Simone ManettiGoodbye Darling, I’m Off to Fight”, prodotto dalla realtà indipendente della Meproducodasolo SRL di Alfredo Covelli, racconta la storia di Chantal Ughi, ex attrice, modella e cantante, che nel 2008 ha deciso di partire per la Thailandia per diventare una lottatrice professionista di muay thai. Dedicandosi a una vita ascetica, fatta di duri allenamenti quotidiani e preghiere meditative, Chantal è arrivata a conquistare più volte il titolo di campionessa del mondo.
Il documentario di Manetti, già montatore e fotoreporter, Goodbye Darlingnon si limita, però, a raccontarci l’impegno e la dedizione, seppur straordinari, che questa donna ha messo nel perseguire il proprio obiettivo, ma va oltre. Prova, infatti, a indagare l’anima di Chantal, in perenne lotta e confronto non soltanto con gli avversari sul ring, ma soprattutto con sé stessa e con i demoni del suo passato, che non l’abbandonano mai del tutto. Chantal ha uno sguardo smarrito, un volto provato. Si vede che ha vissuto tanto. E si vede anche che non te lo verrà certo a raccontare. Manetti ha dovuto instaurare con lei un rapporto di fiducia, ben consapevole del fatto che documentare la vita di una persona non equivale solo a seguirla costantemente con una camera, ma comporta anche la delicata capacità di entrare in connessione con lei, mantenendo sempre la giusta distanza mentre si tenta di coglierne l’essenza. E possiamo dire che il regista livornese sia riuscito nell’affascinante impresa di regalarci l’anima di Chantal, di raccontare il suo disorientamento, la sua crisi d’identità, il suo bisogno di appartenere a qualcosa di meno sfuggente di un uomo, di un ricordo, di una canzone. «You fight like a thai» è il complimento più bello che le è stato rivolto nella sua vita da lottatrice e Chantal di fronte a quelle parole si è finalmente sentita a casa, trovando una nuova identità che si è costruita poco a poco, immergendosi in uno “sport da combattimento a contatto pieno”, proprio quando era arrivata ad un punto della sua esistenza in cui tutto sembrava soltanto sfiorarla e nulla toccarla mai per davvero. Il disperato urlo d’amore di questa donnaGoodbye Darling, Im Off to Fight esplode nel violento, silenzioso e coreografico abbraccio del combattimento, che Manetti ci mostra al rallenty, trasformandolo in una curiosa danza di amore e morte. La strada del sudore, del sacrificio e della lotta corpo a corpo testimonia la volontà di Chantal di compiere un percorso catartico, attraverso un complesso e costante processo di espiazione di un dolore atavico. E questo processo diviene ancora più difficile, considerando la misoginia che contraddistingue la boxe thailandese. In particolare, fino a qualche anno fa, in alcune palestre c’era un ring per gli uomini e uno per le donne e soltanto il primo era sacro, poiché benedetto dai monaci. Inoltre, la donna, essendo considerata dalla tradizione alla stregua del serpente, deve strisciare al di sotto dell’ultima corda per salire sul ring e non può scavalcare, come fanno gli uomini. Ma tutto ciò non fa che rendere la lotta ancora più ardua e degna di essere combattuta. Ogni incontro sul ring, nel reiterarsi di un rituale eterno, si trasforma quindi per Chantal in una redenzione. La muay thai le offre un obiettivo totalizzante, capace di donarle nuova linfa vitale.
E a Chantal non possiamo non affezionarci, come ci si affeziona a tutte le anime perse e incomplete che vagano nell’immenso ring del mondo cercando di ritrovarsi.

di Camilla Di Spirito

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