PI GRECO di Darren Aronofsky (1998)

Pi Greco_opereprime.org1Maximilian “Max” Cohen, un matematico affetto da emicrania e allucinazioni, è ossessionato dalla ricerca di un sistema matematico in grado di descrivere le leggi del mercato della borsa. L’incontro con un gruppo di ebrei ortodossi, studiosi della Torah, lo convincerà di poter svelare i segreti nascosti dietro il mistero della vita. La particolarità di Pi Greco non è solo la trama in sé, ma come Darren Aronofsky sia riuscito a far vivere le esperienze, anche sensoriali, di Max allo spettatore attraverso il linguaggio tecnico-espressivo: una fotografia contrastata e claustrofobica, un montaggio e una musica che trasmettono il ritmo della vita del protagonista coinvolgono lo spettatore nella sua mente contorta. L’atmosfera tesa, angosciosa e disturbante del film è raggiunta da uno stile che prevede un preciso lavoro dietro la realizzazione della fotografia. Pi Greco è girato in pellicola in bianco e nero con un procedimento che rende l’immagine molto più contrastata e granulosa. La scelta di questo stile deriva, probabilmente, dal fatto che Max è incapace di vedere i colori, nemmeno le sfumature di grigio. Questo aspetto rende l’esperienza del film molto più inquietante, perché gli occhi di Max diventano gli occhi dello spettatore e la sua incapacità di leggere i colori viene trasmessa anche a noi. L’uso del forte contrasto, quasi una traduzione dell’immagine in «un sistema binario luce-ombra», è uno dei caratteri stilistici meglio riconoscibili del film. Attraverso esso possiamo affermare che Aronofsky e Libatique siano riusciti ad ottenere l’idea che volevano realizzare: dare l’impressione che il film sia girato non tanto in ‘bianco & nero”, bensì solo “in bianco” o solo “in nero”. La prolungata visione del film sembra quasi stancare l’occhio dello spettatore, il quale riesce, attraverso questa esperienza estenuante, ad avvicinarsi a quello che è lo stato di stress e di frustrazione vissuto da Max durante la sua infruttuosa ricerca. Nei suoi momenti di relativa calma interiore, possiamo constatare l’intenzione di rendere l’immagine meno contrastata, con una più ampia gamma di grigi nel passaggio da bianco a nero. Risultano paradigmatiche le scene ambientate al parco vicino casa di Max; non è un caso che la scena conclusiva si svolga proprio qui, in un momento in cui il protagonista osserva quegli alberi che lo sovrastano per la prima volta, senza avere la pretesa di individuare dietro quei loro movimenti rilassanti uno schema matematico. Pi Greco_opereprime.org2La scelta di piani stretti e ravvicinati predomina su tutto il film. Aronofsky e Libatique tengono la camera molto vicina agli attori, in modo da accentuare l’effetto claustrofobico che gli ambienti di per sé esprimono. La macchina da presa “intrappola” Max nella sua ossessione, mostrandocelo per intero nei momenti in cui si appresta ad azionare Euclide, il suo computer, per l’ennesima volta, sperando che quella sia la definitiva. Per lui questo è diventato ormai un vizio, evidenziato dallo spezzettamento delle sue azioni in tante piccole ‘micro-azioni” (come digitare i tasti della tastiera), soluzione che ritorna ogni volta che esegue uno di questi “rituali” quotidiani, come aprire le serrature che lo proteggono dall’esterno o prendere le pillole che dovrebbero evitargli attacchi di emicrania. La tecnica di montaggio che ci mostra queste micro-azioni si realizza attraverso una serie di immagini fisse e montate velocemente una dopo l’altra. In questo modo si trasmette efficacemente allo spettatore il senso di “quotidianità” e “ciclicità” di tali azioni. Accanto a questi aspetti, la colonna sonora di Clint Mansell riesce a coinvolgere completamente lo spettatore al ritmo veloce e schematico di Max, permettendogli di sentire quei rumori fastidiosi nella sua mente, fino a provare i suoi stessi dolori. Con questi fondamentali elementi espressivi possiamo constatare la funzionalità disturbante di questo meccanismo ben studiato. Il primo lungometraggio diretto da Aronofsky è un film in cui lo sviluppo dell’intreccio con le sue tematiche procede di pari passo con una ricerca tecnico-espressiva molto coraggiosa (considerando che è stato realizzato nel 1998). Lo spettatore, completamente immerso nell’assurdità degli stati fisiologici del protagonista, sente il peso dello stress dovuto a una ricerca ossessiva, un peso che imprigiona chi guarda insieme al personaggio guardato, da cui si riesce a uscire solo dopo che vi è riuscito lui.

 

di Lara Ipek

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